mafia e appalti: la nostra inchiesta
Antimafia, la guerra sporca contro il ROS la figura inquietante di Massimo Ciancimino
Se le versioni cambiano e le piste si interrompono, la domanda non è solo cosa sia accaduto. Ma come si sia voluta costruire, nel tempo, la verità su quella stagione. Non solo processuale. Anzi. È su questo terreno che si colloca la vicenda più emblematica: quella della cosiddetta Trattativa Stato–Mafia. Per comprenderla, occorre partire da una sequenza di atti di un unico film preordinato nel tempo, in cui si sono perfettamente incastrati come in un unico puzzle testimoni, collaboratori di giustizia, media, spettacoli, giornalisti, magistrati e blogger.
Mai come in quell’epoca abbiamo assistito ad una perfetta commistione di tutto questo. In palchi, nei talk show e nei teatri si dibatteva come nei processi. Ricorderete tutti la partecipazione di Antonio Ingroia e Nino Di Matteo alla Festa del Fatto Quotidiano risale al settembre del 2012, accolti sul palco con un’ovazione.
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Ma in pochi ricordano invece che i due PM del processo del secolo, non erano le uniche «icone dell’Antimafia» e gli unici a salire sui palchi di quel momento storico. Ve ne era un’altra. Si chiama Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito Ciancimino, la gola profonda - ma diremo presto se con una voce attendibile o meno - del processo sulla c.d. Trattativa.
Il Grande accusatore del Ros. A definirlo «icona dell’Antimafia» era stato proprio Antonio Ingroia. E tale si sentiva Massimo Ciancimino, quando, nel 2010, dopo essere salito un altro palco, quello di un paesino della Provincia di Verona, per sostenere la campagna elettorale di un fedelissimo di Sonia Alfano, all’epoca Eurodeputata dell’IDV, si intrattenne a parlare di «affari» in Romania, con Girolamo Strangio detto "Jimmy".
Nato a San Luca, Strangio era un imprenditore edile residente a Bologna e aveva in casa delle microspie. Era indagato per riciclaggio di soldi della ’Ndrangheta (poi arrestato). Ciancimino si offrì di verificare se fosse sotto indagine, aggiungendo con ironia e riferendosi agli uffici di pubblici ministeri in cui aveva libero accesso, «Io per loro sono un’ icona, un’icona dell’Antimafia».
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Ed è con questo genere di «Icona dell’Antimafia», figlio del più controverso personaggio di tutti i tempi, Vito Ciancimino, classe 1924, corleonese di nascita e amico dell’adolescenza di Riina, Provenzano e Liggio, che si è costruito il cuore del processo «Trattativa».
Ma andiamo per ordine. Lo snodo è il 15 gennaio 1993, con l’arresto di Salvatore Riina.
Ultimo, allora capitano Sergio De Caprio, viene inviato a Palermo con una ventina di uomini nel settembre del 1992. Bisognava arrestare il capo dei capi. Mori gli consiglia di prendere contatti con chi vi scrive. A Corleone sino ad un anno prima ci avevamo provato.
Era venuto fuori in un’intercettazione ambientale il riferimento criptico a via Belgio, di Palermo, ove il nipote di Riina aveva atteso chi potesse condurlo dallo zio latitante. Ed era proprio in via Belgio che i carabinieri di Corleone ed il Ros di Palermo avevano intercettato la macelleria di Spina Giuseppe, nipote del potente capo mandamento della Noce («la Noce ce l’ho nel cuore» aveva detto Riina anni prima). Pedinamenti su pedinamenti, ascolti dopo ascolti, giorno dopo giorno, ripartendo da quella macelleria, gli uomini di De Caprio arrivano in via Bernini. Un comprensorio di più ville. Costruito dai fratelli Sansone, volti nuovi dell’imprenditoria palermitana vicina ai corleonesi.
Il resto è storia. L’arresto di Balduccio di Maggio in Piemonte. Il suo trasferimento a Palermo, il riconoscimento della moglie di Riina in un video, e di Riina il giorno successivo.
Era il momento. L’accordo era catturare Riina distante da quel comprensorio, in viale della Regione Siciliana, per non bruciare la nuova pista dei fratelli Sansone. E così fu. Mentre in Procura e tra i vertici investigativi si discuteva se fare o meno l’irruzione, i familiari di Riina si stavano preparando a lasciare la casa indisturbati. Nei corridoi della caserma e poi in Procura si scatena un dibattito accesissimo, con due linee di pensiero. A prevalere fu quella di De Caprio. Perquisire quel comprensorio (la villa precisa di Riina non era localizzabile) avrebbe solo bruciato la nuova pista e non aggiunto nulla. In fondo, sosteneva De Caprio, cosa potrà mai avere in casa un latitante che vive con la sua famiglia? E qualche carta, mentre si perquisisce un intero comprensorio, può sparire con uno scarico del water. Discutibile? Forse.
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Ma mentre magistrati e ROS dibattevano e decidevano di «congelare» l’obiettivo per fare ulteriori indagini, all’interno del covo i familiari di Riina (la moglie Ninetta Bagarella e i figli) avevano capito benissimo che il boss era stato catturato ed il giorno successivo in taxi rientravano a Corleone sotto le telecamere del TG1.
Ma quella decisione, non certo unilaterale, anni dopo, a guerra oramai dichiarata dopo l’archiviazione della denuncia di De Donno a Caltanissetta, verrà letta con l’aiuto di qualche suggeritore come un favore a Cosa Nostra ma soprattutto a qualche livello politico da parte del Ros. Nessuna responsabilità penale per Ultimo e Mori a processo. A sostenere l’accusa i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Michele Prestipino. Quest’ultimo, ritenuto un delfino di Pignatone, lo avrebbe seguito a Reggio Calabria prima e a Roma poi.
Furono gli stessi PM a chiedere ed ottenere l’assoluzione, nonostante negli anni l’ex magistrato Ingroia abbia continuato a denunciare mediaticamente una colpevolezza che non ha cercato invece di ribaltare nelle sedi giudiziarie competenti. Anche questo succede.
La seconda puntata di questa lunga telenovela, ha riguardato la c.d. mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso. Le indagini della Procura di Palermo erano partite nel 2001 da una missiva del colonnello Michele Riccio contro i due ufficiali. Ma chi è Michele Riccio? Ufficiale di spessore dell’Antiterrorismo passato poi alla Dia con Gianni De Gennaro, fu indagato nel 1996 per una serie di reati commessi anni prima. Indagini sul narcotraffico con metodi disinvolti, Riccio fu accusato di detenzione e traffico di cocaina, peculato e falso ideologico per disinvolte operazioni antidroga. Cocaina non sequestrata e utilizzata per «pagare» soffiate degli informatori o per creare indagini simulate al fine di ottenere encomi e promozioni. Questo sosteneva l’accusa: ciò che la condanna definitiva della Cassazione a 4 anni e 10 mesi confermò nel 2011.
Dopo che si ritrovò sotto indagini e prima che fosse arrestato, Riccio fu parcheggiato al ROS ove paventò la possibilità con l’aiuto dell’informatore Luigi Ilardo, cognato il boss Piddu Madonia, di catturare il boss Provenzano.
Riccio incontrò più volte Ilardo a Catania. Ma probabilmente la sua presenza non passò inosservata. Il 26 febbraio del ’96, dopo un incontro con Ilardo, gli rubarono un’autovettura del Ros di Caltanissetta, da lui utilizzata, auto che chiunque, esaminandola, avrebbe capito trattarsi di un’auto di servizio.
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Il processo si trasformerà ben presto in una sorta di preludio del processo Trattativa. Soprattutto per l’introduzione a sorpresa del nuovo supertestimone e delle sue «fotocopie»: Massimo Ciancimino.
Ma l’ipotesi accusatoria centrale si fonda sulle dichiarazioni del colonnello Michele Riccio, che sosteneva di aver ricevuto dalla fonte Luigi Ilardo indicazioni utili per un intervento immediato per la cattura del boss. Ma le sentenze, dal primo grado alla Cassazione, ricostruiscono un quadro diverso: la presenza di Provenzano mai confermata nonostante il personale del ROS in attesa, la «fonte» che non fornisce alcuna conferma della presenza del Boss, i rilievi e le criticità nella gestione della fonte, probabilmente vera causa del suo omicidio avvenuto a Catania, ove incontrava Riccio, il 10 maggio 1996 circa 10 giorni dopo che a Roma, presso il Ros aveva per la prima volta incontrato i magistrati di Palermo e Caltanissetta.
Risultato: assoluzione definitiva degli imputati. Ma anche in questo caso per anni, in tanti talk show, social e dibattiti si è continuato a dare per scontata l’omessa cattura.
Nonostante che l’arresto del boss avveniva solo dopo che erano state arrestate le talpe presenti in Procura a Palermo, tra le quali il maresciallo Giuseppe Ciuro, principale collaboratore proprio dell'allora pubblico ministero Antonio Ingroia.
Il terzo snodo riguarda la costruzione dell’impianto accusatorio sulla trattativa. Qui il quadro si sviluppa progressivamente attraverso dichiarazioni di collaboratori di giustizia e testimoni indiretti. Tra questi, Giovanni Brusca, Antonino Giuffrè, Totò Cangemi, Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino. Un’intera batteria schierata per tre gradi dalla Procura.
Ognuno di questi bollato dalla Cassazione: da Totò Cangemi (lettura «politica» della strategia mafiosa) ad Antonino Giuffre’ (lettura interpretativa non fatti oggettivi). Da Giovanni Brusca (dichiarazioni non autosufficienti, e riscontri che non reggono) sino a Massimo Ciancimino (inattendibile e inquietante).
Ma è proprio quest’ultimo invece l’asso nella manica della procura di Palermo.
Massimo Ciancimino introduce nel procedimento una serie di documenti attribuiti al padre Vito Ciancimino. Documenti consegnati quasi esclusivamente in fotocopia, senza disponibilità degli originali. Le perizie tecniche accerteranno che buona parte di questo materiale è stata manipolata attraverso operazioni di collage: inserimenti a penna, sovrapposizioni e alterazioni successivamente rese non distinguibili mediante fotocopiatura, con carta successiva ai fatti.
Il caso più rilevante è quello del documento contenente il nome dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, inserito artificialmente. Per questo episodio Ciancimino viene condannato in via definitiva per calunnia.
Ma in pochi hanno ricordato che identico sistema e stessa carta per fotocopia, come accertato dai periti, erano stati utilizzati per costruire il falso documento con l’aggiunta di un nome tra i destinatari: «il Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi». E ulteriori dubbi avevano riguardato anche altri documenti, compreso il cosiddetto «papello».
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Assolti. Ma storie che hanno lasciato una narrativa ai posteri ed ai tanti giovani ed ad un’opinione pubblica non sempre in grado di distinguere falsi profeti dalla verità, eroi da antieroi. Un’opinione pubblica che confonde spesso notorietà con valore. Allora sarebbe facile dire semplicemente che anche il procedimento sulla c.d. Trattativa Stato Mafia si è concluso con una sequenza netta: condanna in primo grado nel 2018, assoluzione in appello nel 2021, assoluzione definitiva in Cassazione nel 2023.
Ma quando a parlare è la storia che si eredita, con tutta una serie di mistificazioni rimaste tra le righe e tra le carte di quei processi, soprattutto tra le tante alterate narrazioni di giornalisti e opinionisti spesso con credibilità costruite sul nulla, allora quella storia merita di essere riscritta. E la Commissione Parlamentare Antimafia dovrà svolgere questo dovere sino in fondo. Perché comprendere il percorso attraverso il quale quelle ricostruzioni si sono formate, consolidate e, nei gradi successivi di giudizio, ridimensionate, non basta. Bisogna comprendere se in quella sequenza, il confine tra quanto accertato e la reinterpretazione sia rimasto sempre netto.
* Già comandante della Compagnia Carabinieri di Corleone