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I ProPal che assalirono la polizia graziati dal giudice: "No ai domiciliari, devono studiare"

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Alessio Buzzelli
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Erano tanti i ragazzi che hanno partecipato alla violenta guerriglia urbana del 22 settembre 2025 alla stazione di Milano dopo una manifestazione per Gaza e a sostegno della missione di Flotilla. Scontri pesantissimi con la Polizia, danneggiamenti, lancio di sassi, bastonate, calci, pugni. Ieri il gip di Milano Giulia D'Antoni per otto di loro - tutti tra i 20 e i 30 anni - ha disposto altrettante misure cautelari. Ma nessun arresto domiciliare - come era stato invece richiesto dalla pm Francesca Crupi che ha coordinato le indagini della Digos- nonostante le accuse pesanti: resistenza aggravata a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio, tentata rapina, lancio di oggetti a offendere e utilizzo di armi improprie. A stupire molti, però, sono state alcune delle motivazioni con la quale la gip ha spiegato la decisione di disporre l’obbligo di dimora nel Comune di residenza per quattro di loro e il solo obbligo di firma per tutti gli altri.

La prima: gli arresti domiciliari non sono necessari, scrive D’Antoni nell’ordinanza, «tenuto conto anche della giovane età degli indagati» e della «necessità che gli stessi percepiscano il disvalore della condotta commessa» senza «che vengano imposte eccessive limitazioni alla loro formazione e ai loro percorsi di studio».

 

La seconda: «malgrado sia emersa e sia stata sottolineata la gravità dei fatti», si legge nelle oltre 30 pagine dell’ordinanza, per escludere il pericolo di reiterazione dei reati commessi sarebbero sufficienti anche misure «non custodiali» in quanto, si sostiene, tali «condotte oppositive» trovano «la loro espressione in occasioni delle manifestazioni pubbliche» e non «abitualmente nella loro quotidianità». In poche parole, in questo passaggio si dice che le violenze di quel giorno erano circoscritte alle circostanze contingenti del momento e non figlie di una "abitudine" o "attitudine".

 

La terza motivazione è probabilmente quella destinata a far discutere di più. A partire da quanto affermato dai manifestanti durante gli interrogatori della scorsa settimana, nell’ordinanza si legge che gli attivisti non si sarebbero recati al corteo per «dare luogo a scontri con le forze dell'ordine», ma che «la concitazione del momento, il tumulto trascinante della folla, il perseguimento di una motivazione profondamente sentita» li avrebbe «indotti a ritenere giustificabili anche le reazioni violente» contro la polizia. Di più. In un altro passaggio si legge anche che «la preoccupazione legata all’attesa dello svolgimento dell'interrogatorio» e «le riflessioni svolte nel corso dello stesso» possano avere «indotto gli indagati a iniziare un processo interno di rivisitazione critica del proprio comportamento» tale da non escludere che se i giovani si dovessero ritrovare in circostanze analoghe «gli stessi si asterrebbero dal commettere comportamenti del medesimo tenore».

La gip, più avanti, ha poi descritto le azioni degli otto indagati sì come «espressione di violenza e ribellione», precisando, però, che sarebbero state anche «espressione esasperata della volontà di affermazione degli ideali» in nome dei quali avrebbero «oltrepassando i limiti per la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza». Aggiungendo ancora che hanno agito «a volto scoperto» senza, di fatto, «ostacolare la propria identificazione». Per "ammettere", infine, che «potrebbero reiterare i reati» poiché «militano attivamente» dentro «centri sociali» e sono «soliti» prendere parte a «manifestazioni pubbliche» su «tematiche geopolitiche» come «la causa palestinese».

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