Magistratura indipendente. Bacchettate a chi dissente
Nicotra, consigliera del Csm, non può dire che la separazione è giusta
Guai a contraddire la dirigenza del gruppo. È diventato un caso l'intervista rilasciata ieri al Corriere di Bernadette Nicotra, consigliera del Csm. «L’intervento sulla separazione delle carriere è ineludibile», ha dichiarato la giudice, esponente di Magistratura indipendente. Non l'avesse mai fatto. Daivertici del suo gruppo è scattata immediatamente una presa di distanza. Una reazione che ha sorpreso un po'tutti in quanto quella che sulla carta dovrebbe essere la corrente moderata delle toghe pare essersi trasformata in qualcosa di molto diverso: un blocco compatto, ideologicamente schierato, sempre più simile - nei riflessi condizionati e nei metodi - a Magistratura democratica.
Le parole di Nicotra, peraltro misurate e giuridicamente fondate, hanno avuto il merito - o la colpa, agli occhi deivertici-di rompere un tabù: mettere in discussione la narrazione allarmistica costruita in questi mesi contro la riforma della giustizia sostenuta dal governo di Giorgia Meloni. Nessun attentato all’indipendenza della magistratura, nessuna subordinazione all’esecutivo, ma anzi un possibile rafforzamento della terzietà del giudice attraverso la separazione delle carriere. Una posizione legittima, argomentata, e soprattutto coerente con una visione non ideologica del sistema. Eppure, la reazione interna è stata durissima. I vertici del gruppo hanno immediatamente stigmatizzato la consigliera, precisando che quelle opinioni erano «esclusivamente personali» e non allineate alla linea ufficiale. Un riflesso che ricorda più la disciplina di partito cheilconfronto tra magistrati. Il messaggio comunque è chiaro: dentro Magistratura indipendente il dissenso non è più tollerato come fisiologico, ma viene trattato come una deviazione da correggere. Non conta la qualità delle argomentazioni, né il ruolo istituzionale di chi le esprime.
Il successivo comunicato ufficiale non ha poi fatto altro che certificare questa chiusura: chi non si adegua parla per sé, fuori dalla comunità. Una formula apparentemente neutra che, nella sostanza, suona come una scomunica soft. E che tradisce un nervosismo profondo, segno di difficoltà nel gestire il pluralismo interno. Non è un caso che le posizioni favorevoli alla riforma non siano isolate all'interno di Magistratura indipendente. Sono tante le toghe di Mi, come ad esempio il procuratore di Padova Antonello Racanelli, peraltro già segretario generale del gruppo, o il suo collega di Parma Alfonso D'Avino, ad aver espresso valutazioni analoghe, dimostrando che dentro la corrente esiste infatti un’area non marginale che non si riconosce nella linea «barricadera» imposta dall’alto.
Ma invece di aprire un confronto, la dirigenza ha scelto la strada opposta: irrigidire i ranghi e ribadire la parola d’ordine del «No». Una scelta che segna una rottura con la tradizione di Mi.
Non è solo una questione di posizioni sulla riforma. È un cambio di pelle. La corrente che si richiama a figure come Pierluigi Vigna, Enrico Ferri, Paolo Borsellino, simboli di indipendenza, rigore e autonomia culturale, appare oggi appiattita su una linea ideologica molto rigida. Il paradosso è evidente: mentre si denuncia il rischio di interferenze esterne e si invoca l’autonomia della magistratura, si finisce per comprimere quella interna, trasformando il dissenso in un fastidio da isolare. La vicenda Nicotra, dunque, è molto più di un episodio. È il segnale di un cortocircuito profondo. Magistratura indipendente sembra aver smarrito la propria identità, scegliendo di giocare una partita tutta politica, su posizioni sempre più vicine alla sinistra giudiziaria, da cui, ironia della sorte, è sempre stata osteggiata, molto lontane da quella cultura moderata che ne aveva fatto, per anni, unpunto di equilibrio. Con un rischio evidente: perdere non solo pezzi della propria base, ma anche la propria ragion d’essere
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