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La piazza del campo largo che politicizza il referendum sperando di colpire il governo

Oggi a Roma la grande ammucchiata da Landini alla Bindi Scenderanno in campo tutte le sigle e i «vip» della sinistra

Aldo Rosati
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È l'ultima chiamata: tutti insieme per dare la spallata a Giorgia Meloni. Altro che referendum sulla separazione delle carriere, nel mirino c'è il governo. L'unico collante possibile per una coalizione divisa su tutto, insomma «Io speriamo che me la cavo». È il comizio conclusivo dei comitati del No, oggi dalle 17 a Piazza del Popolo. Un parterre ricco di «star», un tempo si sarebbe definito di «nani e ballerine», tutti i colori possibili (e immaginabili) della sinistra. A partire dalle sigle storiche che affiancano abitualmente la gauche, dalla Cgil di Maurizio Landini, all'Anpi di Gianfranco Pagliarulo. Poi i quattro moschettieri: la segretaria del Pd Elly Schlein, il suo rivale del M5S Giuseppe Conte, e la coppia di gemelli indivisibili, il rosso Nicola Fratoianni e il verde Angelo Bonelli.
Per l'occasione sfila anche il segretario di Rifondazione, Maurizio Acerbi. In mezzo protagonisti di ieri, Rosy Bindi, e di oggi, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Ampiamente rappresentata la categoria degli «intellettuali»: Benedetta Tobagi, Giancarlo De Cataldo, Paolo Caridi. Poi le «muse»: Monica Guerritore, Sonia Bergamasco. Una menzione particolare per il cantautore Daniele Silvestri, che salirà sul palco per «cortesia», essendo da anni l'autore preferito della numero uno del Nazareno.


Lo slogan è quello ispirato dal presidente onorario del comitato «Giusto dire No», Enrico Grosso: «Il motivo vero è che si vuole cambiare l'equilibrio dei poteri, introducendo maggiori condizionamenti della magistratura da parte della politica». Un frutto prelibato che consente al campo largo di costruire e mettere insieme la propaganda di una vita: «L'autoritarismo è alle porte». Il seguito di un super 8 in bianco e nero: «NO ai pieni poteri». Sotto porta il bomber di sfondamento resta il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Ieri a Radio Capital ha ribadito la sentenza: «Sono sicuro che le mafie saranno contente in caso di vittoria del Sì. Mafie, la massoneria deviata ei centri di potere voteranno Sì». Corso Italia si dedica anche alla «creatività», un filone molto utile alla causa. Dice Alessandro Genovesi, responsabile appalti della Cgil: «Bisogna votare No per evitare lo stop della lotta al caporalato». Per bilanciare il Sì annunciato da Arturo Parisi, si esprime Ernesto Maria Ruffini, l'ultimo discepolo di Romano Prodi: «Il No è ​​l'unica scelta possibile». Elly Schlein da Napoli prepara il terreno per il gran finale nella Capitale: «I nostri costituenti hanno voluto fissare un principio nella Costituzione, che è quello della separazione dei poteri». Morale: «È quello che tutela i cittadini perché ogni potere, anche quello di chi governa, deve incontrare un limite adeguato». Nei corridoi del Nazareno intanto si tirano le somme, lo spiega un funzionario prestato ai gruppi parlamentari: «Siamo come una squadra sull'orlo della retrocessione che va incontro alla partita della stagione». Traduzione: «Abbiamo solo un risultato a disposizione». Così in queste settimane è risuonata la gran cassa: «Politicizziamo il risultato, facciamo intravedere la possibilità della sberla al governo».


Quindi parte l'operazione maquillage: cancelliamo le tracce, altro che riforma della sinistra. Un tentativo per alcuni particolarmente maldestro: la responsabile Giustizia dem Debora Serracchiani nel 2019 firmò una mozione per la separazione delle carriere dei giudici, oggi è in prima linea per il No. Un camaleontismo cantato in altri tempi da Fiorella Mannoia (altro alfiere del No): «Come si cambia per non morire». Sotto traccia, oggi in Piazza del Popolo, la «guerra» che corrode il campo largo, quella delle primarie in vista a fine anno. Una tregua di 24 ore, la solita triste storia: uniti oggi, divisi domani. Non sarà un altro «Amici Miei». 

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