Capezzone: Trump non si farà impantanare in Iran
Donald Trump potrà certamente commettere molti errori, tranne uno, e di questo possiamo essere ragionevolmente certi: non si farà impantanare in Iran. Da dieci anni, dalla sua prima candidatura nel 2016, tutta la sua polemica con i predecessori alla Casa Bianca è stata incentrata sulle «endless wars», cioè sulle guerre senza fine, dall’Iraq all’Afghanistan.
Questo non vuol dire affatto che Trump (sia nel primo sia in questo secondo mandato) si sia precluso azioni militari anche molto penetranti e coraggiose. Ma al tempo stesso il Presidente conosce (e percepisce per primo, in questi tempi nevrastenici) l’insostenibilità per le opinioni pubbliche occidentali di guerre lunghe, di sacchi con i cadaveri che tornano a casa, e dei relativi effetti di panico anche economico. Dunque, il suo schema è: colpire, centrare il massimo risultato possibile, e poi stabilizzare al più presto. Questo lo espone al rischio di situazioni irrisolte (o solo parzialmente modificate), lo porta a preferire – paese per paese – una decente stabilità rispetto a una democrazia perfetta. Ma lo cautela rispetto al pericolo, per lui devastante, di un pantano all’estero.
Proviamo a proiettare questa impostazione sul caso iraniano: in quattro giorni di operazioni, gli eserciti americano e israeliano hanno decapitato i vertici delle gerarchie del regime degli ayatollah con una precisione formidabile, trasmettendo il messaggio anche alle seconde e alle terze linee iraniane della loro assoluta vulnerabilità. Anche i gerarchi minori di Teheran sanno di essere «uomini morti che camminano»: totalmente infiltrati dal Mossad, ben conosciuti dalla Cia, identificati e agevolmente eliminabili.
Diciamo che Trump ha trasposto lo schema «shock and awe» («colpisci e terrorizza») dalla dimensione militare complessiva alla psicologia individuale delle gerarchie nemiche: ha seminato il panico tra i vecchi e i nuovi tenutari del potere a Teheran, oggi realisticamente divisi in vere e proprie bande.
E allora ecco gli scenari possibili. Il primo (il più desiderabile sia per noi sia per gli iraniani) è il collasso totale del regime. Il secondo (desiderabile per noi, un po’ meno per il popolo iraniano) è che i nuovi capi, vedendosi soverchiati dalla potenza americana e israeliana, si risolvano a trattare. E qui Trump, dopo aver picchiato, tornerebbe – da posizione di forza – alla sua natura di “deal-maker”, di gran tessitore di accordi. Il terzo scenario è l’unico terribile per l’Occidente: e cioè che, contro ogni pronostico, quel che rimane del regime resista bene, e sia addirittura in grado di infliggere agli americani un certo numero di morti e feriti, agitando l’opinione pubblica statunitense. Trump non intende arrivare a quel momento, e farà il possibile e l’impossibile per chiudere la partita ben prima. La scommessa è tutta qui.
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