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L'Iran e il mondo sperano: "Morto il capomafia, il regime è disperato"

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Alessandro Bertoldi
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Il Prof. Pejman Abdolmohammadi, di origini iraniane, è un riferimento per la comunità iraniana in Italia, per i media e per le istituzioni. È docente di Relazioni internazionali del Medio Oriente presso l’Università di Trento e Visiting Professor alla Berkeley University (California).
Professore, quali sono i risvolti politici interni dopo l’attacco?
«È stata eliminata la Guida Suprema, fondamentale per gli equilibri interni al regime, mediatore tra i gruppi: è come se fosse morto il capo dei capi in un sistema mafioso. Khamenei è stato una figura di mediazione tra i gruppi al potere. Ora c’è un vuoto».
L’ayatollah Arafi è stato nominato Guida Suprema ad interim, perché e chi è?
«Arafi è uno “yes-man” conservatore. Questo processo non è nemmeno conforme a quanto prevede la Costituzione della Repubblica islamica: infatti dovrebbe essere il Consiglio dei saggi a prendere il comando ed eleggere la nuova guida. Hanno nominato subito qualcuno affinché ci sia una figura di riferimento, ma l’erede designato sarebbe il figlio di Khamenei, le cui sorti non sono ancora chiare. Se è morto il pasdaran, avranno più potere».
Quali sono ad oggi gli esiti dell’operazione sul piano militare?
«È verosimile che la forza missilistica dell’Iran sia quasi completamente compromessa e che la sua capacità di reazione possa durare ancora qualche giorno. Infatti, gli attacchi che stanno eseguendo in tutto il Medio Oriente contro gli alleati USA appaiono confusi e frutto della disperazione».
I simboli sono importanti. Qual è la sua lettura rispetto ai simboli in questo conflitto?
«Certo, anzitutto l’eliminazione della Guida Suprema è un grande colpo anche sul piano simbolico per il regime. Poi, lo storico discorso di Trump, il quale ha ripercorso i crimini e il terrorismo della Repubblica islamica fin dalla sua fondazione e infine si è rivolto direttamente agli iraniani. Trump ha mantenuto la promessa di aiutare il popolo iraniano a inseguire la legittima aspirazione di libertà; ha rinsaldato l’alleanza con il nuovo Iran, facendo leva su orgoglio, patriottismo e simboli storici come il Sole e il Leone».
Quali altre alleanze per il popolo iraniano sono empaticamente importanti?
«Senza dubbio alcuno, l’empatia tra israeliani e persiani è la più forte nel Medio Oriente, partendo dalla storia di Purim fino ad oggi. Non è solo un’alleanza strategica, come tra Israele ed Emirati Arabi Uniti o altri, ma anche un’alleanza genuina tra popoli che segna già il futuro del nuovo Medio Oriente. Per gli USA, Israele e Iran torneranno a essere i due pilastri come ai tempi di Nixon».
Come mai il regime ha colpito così duramente gli Emirati?

«Si tratta di una mossa disperata, come la chiusura dello Stretto di Hormuz: un ricatto a cui tutti erano preparati. Stanno colpendo tutto ciò che riescono; hanno colpito addirittura il Qatar, con cui hanno da sempre ottimi rapporti. Cercano di fermare Trump attraverso la pressione che potrebbero esercitare i Paesi arabi nei suoi confronti, per mettere fine al conflitto quanto prima. Gli Emirati, poi, sono gli unici totalmente schierati e filo-occidentali da tutti i punti di vista, sono anche i più anti-ayatollah. Sono anche un simbolo arabo-occidentale».
Pezeshkian, attuale Presidente dell’Iran, ha parlato di attacco all’Islam e ha chiamato tutti alla rivolta: funzionerà?
«Un altro tentativo disperato di cercare aiuto e consenso tra i musulmani radicali. Spera di unire gli sciiti e di aizzare qualche gruppo terroristico in Europa e in Occidente per generare destabilizzazione e aumentare la pressione verso di noi. Pochi gli daranno retta, ma qualche attentato anche in Europa potrebbe capitare».
Il nuovo modello americano per i «regime change» è quello del Venezuela: potrebbe funzionare per l’Iran?
«Qualcosa di simile potrebbe funzionare, ma è più complesso in questo caso. Sicuramente questo modello evita il caos e l’instabilità, che USA e Israele non vogliono. La transizione potrebbe iniziare con un accordo con qualche gruppo di potere, soprattutto tra i militari, che potrebbero guidarla fino a un referendum e alla chiamata di Reza Pahlavi in patria. È ancora presto per dirlo, ma le basi ci sono».
 

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