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Giustizia, l'ennesimo caso: se il magistrato è di sinistra la nomina è senza ostacoli

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L'insediamento «turbo» del procuratore Palazzi nel direttivo della Scuola superiore. Così il Pd blinda la progressista Silvana Sciarra al vertice dell'istituto

Giovanni M. Jacobazzi
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È diventato un caso politico il «turbo» insediamento del procuratore di Viterbo Mario Palazzi nel Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura. Per Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, si tratterebbe di una «forzatura» delle prerogative del Csm che rischia di minare la «fiducia dei cittadini nell'equilibrio fra poteri dello Stato». Come raccontato ieri da Il Tempo, dietro la fretta del Comitato direttivo di non attendere il via libera del Csm, ci sarebbe la necessità di «blindare» la progressista Silvana Sciarra al vertice della Scuola. L’ex presidente della Consulta voluta dal Pd, il cui mandato è in scadenza, per essere riconfermata un altro biennio ha assoluto bisogno di Palazzi il cui voto è dato da tutti per scontato, essendo un esponente di primo piano della sinistra giudiziaria.

Fin qui la cronaca. Ma il punto politico emerge con forza se si mette a confronto questa vicenda con quanto accaduto nel 2020 per la nomina di Luca Forteleoni nel board della nuova Anac. Allora il Csm visse mesi di tensioni prima di concedere l’autorizzazione al magistrato sardo. Sei mesi di attesa, doppia spaccatura in Plenum, voto risicato e addirittura segretazione dei lavori per ragioni di «privacy di terzi». Una formula che alimentò più interrogativi che chiarimenti. Il motivo? Forse perché Forteleoni non era una toga di sinistra, essendo iscritto a Magistratura indipendente, la corrente moderata, oltre ad essere storicamente vicino a Cosimo Maria Ferri.
Fu scelto dal governo Conte per far parte del board dell’Autorità nazionale anticorruzione insieme al presidente Giuseppe Busia e agli altri consiglieri. Eppure, per il suo via libera, il Consiglio si divise due volte: prima sulla decisione di celebrare la seduta a porte chiuse, con 15 voti a favore della segretazione e 7 contrari, poi sull’autorizzazione vera e propria, arrivata consoli 10 sì contro 9 no e 3 astenuti. Numeriche raccontano uno scontro interno profondo. Tra i motivi di dubbio sollevati all’epoca vi era addirittura un contenzioso condominiale da parte del magistrato. Si parlò di opportunità e di tempistiche. Ma soprattutto colpì la scelta della seduta segreta per una nomina destinata a un’autorità che dovrebbe incarnare il principio della massima trasparenza. Una decisione che lasciò spazio a illazioni e che non contribuì certo a rasserenare il clima.

Oggi, nel caso Palazzi, la dinamica è diversa. Senza attendere il via libera del Csm, il procuratore di Viterbo si è presentato l’altro giorno direttamente alla Scuola. Un approccio decisamente più «elastico» rispetto al rigore mostrato nel 2020. Quando il magistrato, come nel caso di Forteleoni, non è di sinistra, scattano quindi verifiche minuziose, votazioni spaccate, sedute segrete e lunghi tempi di attesa. Quando invece la toga, come nel caso di Palazzi, è un leader della sinistra giudiziaria, le regole sembrano poter essere interpretate con maggiore flessibilità, anche a costo di invertire la prassi consolidata. La disputa è solo formalmente procedurale, riguardando gli equilibri interni al Csm e l’orientamento culturale della Scuola che forma migliaia di magistrati. E attiene, soprattutto, alla credibilità dell’organo di autogoverno: le regole devono valere per tutti allo stesso modo. Nessuno, ovviamente, mette in discussione il curriculum di Palazzi, ma se si pretende rigore in un caso, lo si deve pretendere anche nell’altro. Altrimenti il rischio è di dare l’idea di due pesi e due misure: severità e sospetto quando la toga non è di sinistra, elasticità e comprensione quando invece appartiene all’area progressista. Una percezione che, in una fase già delicata per la magistratura, anche alla luce del monito del Capo dello Stato, non può che alimentare diffidenza e tensioni. Oltre, comunque, a confermare il sospetto che quando si tratta di magistrati c'è sempre qualche seguace del marchese Onofrio del Grillo.

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