Migranti, visite e certificati anti-rimpatrio: così i violenti “restano”
«Negli ultimi decenni il nostro sistema è diventato iper-giustizialista con i reati dei colletti bianchi e iper-garantista con i reati della criminalità comune, specie se commessi da immigrati», ha evidenziato il politologo Luca Ricolfi qualche giorno fa. Ormai è palese che il sistema italiano tenda a giustificare i crimini commessi da stranieri e a proteggerli in ogni modo dall’espulsione. Il decreto Lamorgese del 2020 in materia di immigrazione e sicurezza stabiliva che, per rimpatriare immigrato irregolare, è necessario attestare l’assenza di patologie incompatibili con la detenzione amministrativa. All’ospedale di Ravenna, è deflagrato lo scandalo dei certificati anti-rimpatrio che sarebbero stati firmati dai medici del reparto Malattie Infettive per evitare il trasferimento degli irregolari nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). L’inchiesta della Procura ipotizza certificazioni ritenute in alcuni casi incomplete e/o arbitrarie. Per questo motivo, otto medici sono indagati a piede libero per falso ideologico continuato commesso dal pubblico ufficiale in atto pubblico.
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Un documento è finito in particolare sotto la lente degli inquirenti. Si tratta dell’ «Appello per una campagna di presa di coscienza dei medici sulla certificazione di idoneità delle persone migranti alla vita nei Cpr», promosso da diverse organizzazioni come la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (Simm), la rete «Mai più lager – No ai CPR» e l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi), quest’ultima sostenuta dallo speculatore George Soros. Nel testo, si chiede a tutto il personale sanitario «una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr». L’appello non si limita a una presa di posizione chiaramente ideologica ma allega addirittura una «bozza di modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nel Cpr».
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Veniamo ai dati riportati dal Resto del Carlino. Tra il settembre 2024 e il gennaio 2026, dei 64 irregolari in attesa di espulsione visitati nel reparto delle Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna, 44 non erano stati trasferiti in un Centro per i rimpatri, ben il 69 per cento: per 34 immigrati, il 53 per cento, era stata certificata dai medici la loro non idoneità alla permanenza in un Cpr, mentre 10 si erano rifiutati di sottoporsi alla visita. L’attuale normativa prevede che lo straniero firmi un consenso informato prima di sottoporsi allo screening medico. Un 56enne marocchino, al momento detenuto a Modena perché condannato a quattro anni di reclusione per aver violentato una ragazza disabile, aveva rifiutato l’accertamento sanitario necessario per l’idoneità al trasferimento in un Cpr, in seguito all’arresto per spaccio di droga. Lo stesso nordafricano si era poi reso responsabile di stalking ai danni dell’avvocatessa ravennate che lo stava seguendo in quel processo. Gli irregolari passati al vaglio dei medici dell’ospedale di Ravenna erano nella stragrande maggioranza persone arrestate dopo avere commesso crimini e con il nullaosta per l’espulsione. Tra questi, un 25 enne senegalese che aveva palpeggiato sette donne in strada e un 26 enne ghanese arrestato per furto e per la devastazione della pensilina dei bus in stazione. Tiziano Carradori, direttore dell’Ausl Romagna, ha dichiarato: «Molteplici associazioni di medici concludono che la detenzione amministrativa nei Cpr non è una modalità che tutela la salute di chi vi è rinchiuso». Una domanda sorge spontanea a questo punto: la salute dei cittadini italiani viene tutelata quando si rimettono in circolazione immigrati criminali e irregolari?
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