Come l'Anm si è impossessata del Csm Quattro candidati per quattro correnti
Ai magistrati piacciono le elezioni. Però solo se il risultato è già scritto. Un po’ come accade nella Corea del Nord dove si eleggono solo i candidati scelti dal maresciallo Kim. È questa la fotografia, impietosa ma difficilmente smentibile, del sistema di elezione dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura. L’organo di autogoverno previsto dalla Costituzione, presieduto dal Capo dello Stato, oggi conta 20 membri togati e 10 laici, in un rapporto di due a uno che resterà invariato anche con la riforma. Quel rapporto numerico nasconde però un meccanismo che negli anni si è trasformato in un sofisticato dispositivo di "autoconservazione" correntizia.
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Per essere eletti al Csm, infatti, non basta essere un buon magistrato. Non basta aver scritto sentenze solide o aver diretto un ufficio con equilibrio. Occorre appartenere ad una delle correnti dell’Associazione nazionale magistrati. Occorre essere "messi in lista". Senza corrente, non si entra. È la regola non scritta, ma rigidissima. Nel 2018 si arrivò al paradosso: per i quattro posti da assegnare ai pubblici ministeri vi erano solo quattro candidati. Uno per corrente (Area, la corrente di sinistra, Unicost, quella di centro, Magistratura indipendente, quella di destra, e Autonomia&indipendenza, quella di Piercamillo Davigo, allora idolo delle folle). Una competizione talmente "aperta" che sarebbe bastato votarsi da soli per essere eletti. Un sistema elettorale che più che una scelta somigliava a una ratifica, proprio come a Pyongyang.
L’anno dopo, con lo scoppio del "Palamaragate", venne ufficialmente alla luce ciò che molti sospettavano: la gestione delle nominee degli incarichi come terreno di scambio tra correnti. Il trionfo della lottizzazione. La reazione politica fu unanime, almeno a parole. L’allora ministro della Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede, forte anche delle parole del capo dello Stato che parlò di "modestia etica", annunciò subito una riforma "anti-correnti". Poi cadde il governo, arrivò la pandemia, e tutto si fermò. Il dossier passò nelle mani della nuova Guardasigilli, Marta Cartabia, già presidente della Corte costituzionale. L’obiettivo dichiarato era chiaro: spezzare il potere dei gruppi organizzati e restituire centralità ai singoli magistrati. Venne istituita una Commissione presieduta dal costituzionalista Massimo Luciani.
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Tra le opzioni studiate emerse il voto multiplo trasferibile: un sistema capace di valorizzare le preferenze individuali, ridurre il voto "inutile", limitare la blindatura delle liste correntizie. Un modello che avrebbe costretto i candidati a cercare consenso personale e non solo l’investitura del gruppo.
Ma quel testo finì, chissà perché, in un cassetto. Al suo posto arrivò l’attuale legge elettorale che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto favorire gli indipendenti. Nei fatti, li ha quasi azzerati. Alle ultime elezioni, su 20 posti, ben 19 sono andati a candidati espressione diretta delle correnti. Dei quasi 45 indipendenti che si erano candidati, solo uno è riuscito a entrare. Il risultato?
Le correnti si sono riprese il Csm. E con gli interessi. L’unica novità fu la scomparsa dalla scena del gruppo fondato da Davigo, nel frattempo condannato in via definitiva per rivelazione del segreto d'ufficio nella vicenda della Loggia Ungheria, che passò da cinque consiglieri a zero. Una dinamica che dimostra come il sistema non premi il consenso diffuso, mala capacità organizzativa delle correnti più strutturate.
E qui si arriva al punto cruciale: perché l’Anm difende con tanta veemenza il sistema elettorale attuale? Perché considera il sorteggio una minaccia quasi eversiva? La risposta è semplice: il Csm è ormai una "succursale" dell’Anm: controllarne gli equilibri significa incidere sulle carriere dei magistrati. Il sorteggio, previsto nella riforma, romperebbe questo circuito. Impedirebbe alle correnti di preconfezionare liste e spartizioni. Ridurrebbe drasticamente la capacità di programmare in anticipo gli assetti futuri. In altre parole, introdurrebbe una variabile imprevedibile in un sistema che oggi è perfettamente prevedibile. Chi difende l’attuale meccanismo sostiene che il sorteggio mortificherebbe la rappresentanza e abbasserebbe la qualità. Ma è legittimo chiedersi quale qualità garantisca un sistema "alla coreana" in cui, nel 2018, quattro candidati concorrevano per quattro posti?
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Per la cronaca una corrente, Magistratura indipendente, nel 2020, quindi all’indomani di queste votazioni che avrebbero fatto la felicità di Kim, si schierò apertamente a favore del sorteggio "per voltare pagina", salvo cambiare idea dopo poco. Nel dibattito pubblico, chi critica questo assetto viene spesso accusato di voler assoggettare la magistratura alla politica. È un argomento suggestivo, ma fuorviante. Qui non si discute dell’autonomia della magistratura rispetto agli altri poteri dello Stato. Si discute dell’autonomia del singolo magistrato rispetto alle proprie correnti. Se si vuole preservare l’indipendenza, occorre spezzare i meccanismi di cooptazione interna. Il sorteggio è lo strumento che introduce discontinuità e che rende impossibile scrivere il risultato prima ancora che si voti. Ecco perché i magistrati amano le elezioni. Ma solo quando il finale è già noto.
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