trame di potere
Giustizia, unanimità sulle nomine: così il Csm confessa il potere delle correnti
Ridateci Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati ed inarrivabile zar delle nomine al Consiglio superiore della magistratura prima di essere radiato. C’è un dato infatti che il Csm continua a esibire come prova di virtù e che invece rappresenta la più solida evidenza del vizio che dice di aver superato: «L’unanimità» del Plenum quando si tratta di votare le nomine dei procuratori e dei presidenti di tribunale. Non è un paradosso retorico, è un fatto politico. E come tale andrebbe finalmente chiamato per nome. A mettere il dito nella piaga non è stato un esponente di centrodestra «ostile» ai magistrati ma il giudice Andrea Mirenda, attuale componente del Csm. In un post pubblicato ieri su Fb, Mirenda ha spiegato che le nomine all’unanimità non sono il segno di una magistratura pacificata, ma l’indicatore più affidabile della lottizzazione correntizia. Dove c’è unanimità sistematica, c’è accordo preventivo sulla spartizione.
Il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, ha rivendicato la scorsa settimana in Cassazione con soddisfazione che oggi circa l’80 per cento delle nomine avviene senza voti contrari. Il dato è stato presentato come un successo, quasi una certificazione di normalità democratica dopo la stagione degli scandali. Ma è proprio questo racconto a non reggere alla prova dei fatti. Perché c’è stato un tempo in cui le nomine unanimi non erano l’80 ma quasi il 100 per cento. Era proprio il Csm dell’era Palamara, quello dal 2014 al 2018. All’inizio del 2019 esplose però lo scandalo dell’Hotel Champagne. Le chat sequestrate dal telefono di Palamara raccontarono un mercato delle nomine dettagliato, metodico, imbarazzante. Incarichi direttivi e semidirettivi distribuiti secondo logiche di appartenenza, equilibri interni, compensazioni reciproche. Un manuale Cencelli togato applicato con scrupolo notarile. Celebre un messaggio di un togato a Palamara alla vigilia dell’assegnazione di un incarico: «Scegli chi ci deve andare e poi mettiamo a bando il posto». E come finivano allora quelle nomine? All’unanimità. Quasi tutte. Sempre. Altro che patologia occasionale: l’unanimità era la firma finale sul patto correntizio. Alla luce di questo precedente, il vanto odierno dell’80 per cento appare per quello che è: un’operazione cosmetica. Un trucco leggero, utile a presentarsi al Paese con il volto ripulito, senza aver cambiato i lineamenti. Non è il sistema a essere diverso: è solo più prudente, meno sfacciato, più attento a non lasciare tracce troppo vistose. Meno messaggi via WhatsApp, più incontri di persona sperando di non essere pedinati dalla guardia di finanza.
Ed è qui che si chiarisce il vero motivo del no dell’Anm alla riforma del Csm. Le motivazioni ufficiali come l’indipendenza della magistratura, l’equilibrio costituzionale, il rischio di ingerenze politiche, suonano sempre più come argomenti di contorno. Il cuore della resistenza è uno solo: la riforma intacca il controllo delle correnti sulle nomine degli incarichi direttivi. Tocca il nervo scoperto del potere. E questo, per l’apparato correntizio, è inaccettabile. Il copione è sempre lo stesso. Quando l’accordo tra correnti c’è, le votazioni sono compatte. Quando l’accordo salta, riemerge immediatamente la spaccatura e si finisce davanti al Tar. Nessun miracolo unitario, nessuna ritrovata armonia. Solo disciplina spartitoria. L’unità non è un valore, è una tecnica di governo interno. Fa dunque sorridere il richiamo la scorsa settimana del segretario nazionale dell’Anm, Rocco Maruotti, a uno «scontro fratricida tra correnti» che sarebbe ormai superato. I fatti raccontano altro. Lo scontro non è affatto finito: è stato semplicemente incanalato, gestito, reso silenzioso. Ma resta strutturale. E si manifesta ogni volta che qualcuno prova a scardinare il meccanismo. Forse serve davvero lo sguardo di chi non appartiene a nessuna corrente, magari perché sorteggiato, e quindi considerato «scarsamente rappresentativo», per vedere ciò che molti dentro il sistema fingono di non vedere. La riforma della giustizia non spaventa perché minaccia l’indipendenza della magistratura. Spaventa perché mette in discussione il monopolio correntizio sulle carriere. E allora sì, senza nostalgia ma con crudele coerenza, viene da dirlo: Palamara, il Luca nazionale, aveva fatto “meglio”. Perché almeno allora l’unanimità non si nascondeva dietro percentuali rassicuranti. Era totale.