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La Spezia, il ragazzo ucciso era un cristiano copto. Basta col buonismo codardo della sinistra

Roberto Arditti

Incredibile. Pagine e pagine sul delitto nella scuola di La Spezia ignorando un aspetto fondamentale ma, evidentemente, irritante per i soliti paladini del politicamente corretto. Diciamolo allora: basta ipocrisia. Un ragazzo cristiano copto viene accoltellato a morte in classe e tutti evitano di dire-o lo sussurrano in fondoche Youssef Abanoub Safwat Roushdi Zaki, 18 anni, era figlio di una famiglia copta egiziana: la minoranza cristiana più antica e massacrata del Medio Oriente. Lo riducono a «origini egiziane», «doppia cittadinanza», «studente straniero». Politically correct del menga: non si osa pronunciare «cristiano», «copto», «perseguitato» per non «offendere sensibilità», «alimentare stereotipi» o «creare tensioni». Risultato? La tragedia diventa «lite tra compagni per gelosia su Instagram». E basta.

 

Youssef non era un ragazzo qualunque: era un diacono copto attivo nella piccola comunità ortodossa di La Spezia. Lo chiamavano tutti «Aba», serviva in chiesa, indossava la tunica liturgica, cantava i salmi antichi, tendeva la mano a chi era in difficoltà. La sua famiglia era fuggita dall’Egitto proprio per le persecuzioni continue contro i copti: attentati in chiesa, sgozzamenti, chiese bruciate, donne molestate, accuse di blasfemia per zittirli. Venivano qui per trovare pace, libertà religiosa, sicurezza. E invece muore sgozzato in un’aula dell’Istituto Einaudi-Chiodo, con un coltello da 20 cm piantato nel petto.

 

Al funerale nella cattedrale di Cristo Re: liturgia copta autentica, inni in copto e arabo, preghiere scandite, incenso, bara bianca avvolta di fiori, comunità in lacrime che pregava in più lingue. Migliaia di persone, palloncini colorati in cielo, applausi commossi, lutto cittadino, minuto di silenzio in tutte le scuole italiane. Un frammento di cristianesimo martire trapiantato qui - e spento con violenza.
L’assassino: Zouhair Atif, 19 anni, origini marocchine.

Estrae il coltello nascosto nei pantaloni, una coltellata secca e fatale. Confessa freddamente: «Vendetta per quelle foto con la ragazza». Gelosia adolescenziale, ok. Ma piantatela di fare gli ingenui: le fratture cristiani-musulmani radicate nel Medio Oriente non spariscono al confine. Sono veleno che può infiltrarsi anche solo come eco culturale, risentimento atavico. Negarlo per non «generalizzare» è complicità morale.

I copti non sono «egiziani qualunque»: minoranza sotto attacco da secoli. Fatti nudi: 2011 Alessandria, attentato in chiesa, 23 morti. 2016 Cairo, 25 vittime. 2017 Domenica delle Palme, Tanta e Alessandria, 45 cristiani massacrati. 2017 Minya, pullman di pellegrini mitragliato, 28 uccisi. 2018 Minya, altro bus, 7 morti. Nel 2024 case copte incendiate a Fawakher, sfollamenti forzati, molestie sistematiche. Porte Aperte classifica l’Egitto tra i peggiori paesi per persecuzione cristiana. Questa è cronaca vera, sangue versato.

 

Esistono frange islamiche radicali- non l’islam dei milioni di persone normali- che vedono i cristiani come «infedeli», crocifissi da odiare, minoranze sacrificabili. E lo stiamo importando a palate, senza filtri.

Italia 2026: oltre 5 milioni di immigrati, 10% alunni stranieri nelle scuole, bullismo etnico-religioso in esplosione.
Quel funerale non è solo addio: è un’accusa al nostro silenzio complice. Pezzi di Medio Oriente sanguinoso sono nelle nostre aule. L’integrazione non è un arcobaleno: è imporre con durezza la legge italiana, la libertà di essere cristiani - copti o no - senza coltelli, senza vendette tribali, senza paure. Basta buonismo codardo. Serve vigilanza vera: anti-radicalizzazione obbligatoria, espulsioni per incitamento all’odio, metal detector dove serve, protezione delle minoranze.

Altrimenti la prossima vittima sarà un altro cristiano «non nominato» per non disturbare la narrazione.

Svegliamoci. O il politically correct ci seppellirà tutti, uno dopo l’altro.