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Referendum, resta al comando il fronte del Sì. Attesa per la pronuncia del Tar sulle date

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Luca De Lellis
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Se si votasse oggi, il "Sì" alla riforma della giustizia che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri sarebbe in vantaggio sugli elettori contrari. A meno di due mesi dalla consultazione fissata - al momento - per il 22 e 23 marzo 2026, l’ultimo sondaggio YouTrend per Sky Tg24 fotografa un Paese diviso, con una maggioranza favorevole alla riforma, ma anche con segnali di riavvicinamento tra le due posizioni. Secondo la rilevazione, il 55% degli italiani oggi voterebbe "Sì" alla riforma della giustizia, mentre il 45% si schiererebbe per il "No". Capitolo affluenza, come ogni votazione referendaria, dovrebbe essere superiore alla media delle votazioni elettorali degli ultimi anni. Dal sondaggio emerge un 62% di presenze. Un dato sociologicamente rilevante, anche se trattandosi di un referendum costituzionale non abrogativo non è previsto alcun quorum e sarà sufficiente la maggioranza dei voti validi per approvare o respingere la riforma.

Il sondaggio evidenzia una polarizzazione netta sul piano politico. Tra gli elettori di centrodestra il "Sì" raggiunge praticamente la totalità degli intervistati (96%), con appena il 4 per cento contrario. Speculare il dato tra gli elettori delle opposizioni, dove il "No" arriva all’88% e il "Sì" si attesa al 12. Una frattura che riflette il confronto acceso che accompagna la riforma Nordio sin dall’inizio della legislatura. Tuttavia, il dato più significativo riguarda le motivazioni di voto. Nella totalità del campione, la maggioranza assoluta degli intervistati (59%) dichiara che la scelta sarà guidata soprattutto da valutazioni tecniche e di merito sul contenuto della riforma. Solo il 27% afferma invece che peserà di più il giudizio politico sul governo guidato da Giorgia Meloni. Un elemento che conferma come, almeno sul piano demoscopico, il referendum non venga percepito solo come un test politico sull’esecutivo.

Sullo sfondo, intanto, resta l’incognita della data. Il voto è stato fissato dal governo per il 22 e 23 marzo, ma il calendario potrebbe slittare a seguito del ricorso presentato da un comitato per il No, che ha promosso un referendum di iniziativa popolare sulla riforma raccogliendo le 500mila firme necessarie. Il Tar del Lazio si pronuncerà il 27 gennaio: potrà confermare il decreto o sospenderlo in attesa del vaglio della Cassazione sul secondo quesito. Anche qui le polemiche non sono mancate. Se il fronte del No, infatti, accusa l’esecutivo di aver accelerato i tempi per evitare che una campagna più lunga rafforzasse le adesioni contrarie. Dall'altra parte il governo respinge le accuse e definisce il ricorso inutile, richiamando la procedura prevista dalla Costituzione. E mentre i sondaggi segnalano una lieve riduzione del vantaggio del "Sì" rispetto alle ultime rilevazioni, la sensazione è che la campagna referendaria, qualunque sarà la data del voto, è appena entrata nel vivo.

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