giustizia e sicurezza
Magistrati buttafuori: ora scarcerano pure gli amici di Hamas
Partiamo dagli ultimi fatti. Ieri Il tribunale del Riesame di Genova ha accolto la richiesta di scarcerazione di tre dei sette indagati arrestati nell’ambito dell’inchiesta «Domino» della Dda sui presunti finanziamenti italiani ad Hamas. A tornare in libertà, Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, 52 anni, Raed Al Salahat, 48 anni e Khalil Abu Deiah, 62 anni. Restano invece in carcere gli altri quattro indagati oggetto di custodia cautelare, compreso Mohammad Hannoun.
Ora però facciamo un passo indietro, per ricordare come nasce l’inchiesta, quale sarebbe stato il ruolo dei tre uomini rimessi in libertà e quali le accuse degli inquirenti a loro carico, inattesa chele motivazioni della decisione del Tribunale vengano depositate.
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L’indagine «Domino» avrebbe svelato un sistema di finanziamenti occulti destinati al gruppo terroristico Hamas, mascherati da beneficenza e aiuti umanitari; sistema che gli indagati, a vario titolo, avrebbero contribuito a creare e sostenere. Secondo l’accusa, sarebbero stati oltre sette i milioni di euro che, attraverso associazioni benefiche utilizzate come «strumenti di copertura», sarebbero usciti dall’Italia: tra queste, l’Abspp (Associazione Benefica di solidarietà con il popolo palestinese) e la Cupola d’Oro. Una «struttura consolidata di raccolta fondi» che solo sulla carta sarebbero poi andati a sostenere le cause dichiarate nei rispettivi statuti, finendo invece nelle casse di Hamas.
Tutti i protagonisti dell’indagine hanno gravitato a vario titolo intorno a queste associazioni. Ma chi sono costoro? E di cosa sono stati accusati?
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Partiamo da Abu Rawwa. Secondo l’ordinanza, è «un dipendente diAbspp», «referente per l’area del Nord-Est italiano», il quale avrebbe contribuito «in modo rilevantissimo alla raccolta di denaro» da consegnare all’associazione. Di più. L’uomo, sostiene l’accusa, risulterebbe «perfettamente al corrente e partecipe delle decisioni» riguardanti l’Abspp, tra le quali la costituzione dell’altra associazione, La Cupola d’Oro, nata «per ovviare alla chiusura dei conti dell’Abspp». Ancora, Abu Rawwa sarebbe anche stato «consapevole del ruolo svolto per l’organizzazione da Osama Alisawi» avendolo, si legge subito dopo, «indicato in più occasioni come loro referente, o Ministro, che opera a Gaza». Alisawi, alias Obu Obaida, dopo essersi laureato a Venzia, oltre ad essere uno dei fondatori dell’Abspp ha ricoperto la carica di «Ministro dei Trasporti nominato tra le fila di Hamas», nel governo palestinese presieduto da Ismah Haniyeh.
Gli inquirenti, a sostegno delle loro accuse, citano una lunga serie di circostanze e intercettazioni che lo riguardano, concludendo che «gli elementi emersi» su Abu Rawwa se da una parte «non consentono un grave quadro indiziario della sua adesione ad Hamas», comunque configurerebbero «un concorso esterno nel reato associativo», vista «la rilevanza del contributo fornito» e «la consapevolezza della destinazione del denaro».
Al Salahat, invece, risulta nelle carte come «dipendente di Abspp» (dal 2011 al 2019 e poi ancora da luglio 2024), come «referente per Toscana» e come «membro del cda del Palestinians European Conference». Stando all’ordinanza, che cita molte interOrdinanze di custodia cautelare Il 27 dicembre scorso il Tribunale di Genova aveva emesso nove ordinanze di custodia cautelare per gli indagati dall’inchiesta «Domino» cettazioni a riguardo, l’uomo avrebbe «partecipato attivamente alla raccolta e al trasferimento del denaro», circostanze che, concludono gli inquirenti, sarebbero indicative del suo «inserimento nel Movimento e nella sua articolazione italiana». Abu Deiah, infine, viene individuato come «custode della sede di Milano» e «rappresentante legale della Cupola d’Oro».
Secondo la ricostruzione del Pm, il suo caso «difetta di un grave quadro indiziario della sua appartenenza ad Hamas», purtuttavia resterebbe «la sua partecipazione esterna all’organizzazione terroristica», cui avrebbe fornito, «in modo continuativo», un «consapevole e significativo contributo». Anche per Abu Deiah, l’ordinanza sciorina circostanze ed intercettazioni e non solo - come più di qualcuno sta cercando di sostenere - le così dette «battelfield evdence», ovvero quei documenti raccolti dalle forze armate israeliane sul campo di battaglia e poi trasmesse agli inquirenti italiani.