le motivazioni

Niente riviste hot ai boss in cella: stop per i detenuti al 41bis. Ecco il motivo

Attilio Ievolella

Niente riviste porno per i detenuti sottoposti al cosiddetto «carcere duro». A fare chiarezza ha provveduto la Cassazione, respingendo la richiesta avanzata da un boss della ‘ndrangheta, rinchiuso nella casa circondariale romana di Rebibbia, e mirata a ricevere in cella, dietro regolare pagamento, riviste per soli adulti. In origine la richiesta del boss era stata respinta dalla direzione del carcere, e poi nel settembre del 2019 dal magistrato di sorveglianza. Ad ottobre del 2020, però, era arrivata la clamorosa decisione con cui il Tribunale di sorveglianza di Roma aveva dato ragione al boss, riconoscendone il diritto a «ricevere stampati porno» così da «migliorare la propria vita sessuale». A togliere ogni speranza al boss però è arrivato il pronunciamento della Cassazione. Per i giudici del Palazzaccio, difatti, non regge il ragionamento compiuto dal Tribunale di sorveglianza centrato sul «diritto del detenuto – pur se sottoposto a un regime detentivo speciale – alla sessualità» e sulla possibile fruizione di «pubblicazioni pornografiche».

 

 

Secondo la Cassazione, «il tema della sessualità all’interno degli istituti penitenziari, intesa come possibilità accordata ai detenuti di continuare ad avere relazioni intime, evoca una esigenza reale», ma «l’autoerotismo esula da tale problematica», precisano i giudici, e comunque «esso non è impedito dallo stato detentivo». Ciò significa che «la fruizione di materiale pornografico costituisce uno dei mezzi possibili per la soddisfazione» del detenuto, ma non ne costituisce un presupposto imprescindibile, e quindi negare, come in questa vicenda, alla persona in carcere la possibilità di ricevere riviste per adulti non lede un suo diritto fondamentale. Peraltro, vietare ai detenuti sottoposti al «carcere duro» la ricezione di pubblicazioni pornografiche risponde a «finalità di ordine e sicurezza pubblica», poiché, come sostenuto dal Ministero della Giustizia, anche nelle riviste per adulti «possono facilmente trovare posto messaggi, gratuiti o a pagamento» mirati a favorire «comunicazioni criptiche e pericolose» con gli esponenti di organizzazioni criminali, concludono i giudici.