Non una coincidenza

Perché l'inchiesta sul figlio di Beppe Grillo ha accelerato quando Alfonso Bonafede non era più ministro?

Arnaldo Magro

Lo sfogo di Beppe Grillo è, televisivamente parlando, materia troppo succulenta da non esser affrontata e dibattuta minuziosamente nei talk. Poi se ti capitano i due leader dei partiti di centrodestra, uno dopo l'altro, che te la commentano, ecco che Rete4 fa chiaramente il pieno di ascolti. In realtà i due sono fin troppo avveduti e non si addentrano nella vicenda giudiziaria ma si limitano, entrambi, a comprendere quello che è sembrato l'eccesso emotivo di un genitore colpito. «Colpisce sia lo stesso partito che sul giustizialismo abbia fatto cassa di risonanza per ottenere voti» dicono entrambi. Una piccola notizia la dà Matteo Salvini, ricordando che «qualcosina su come siano andate le cose, mi ha detto il mio avvocato, dato che è lo stesso della ragazza che denuncia lo stupro. Ovvero Giulia Bongiorno». Il dibattito politico lo solleva invece il sempre lucido Guido Crosetto: «Non vi pare strano che la vicenda sia rimasta lì ferma per due anni? Proprio quando alla giustizia vi era un ministro pentastellato come Bonafede. Ora invece le cose cambiano. Che sia una semplice casualità?». Difficile davvero da pensarsi.

 

 

Che la magistratura voglia invece far pressione, in questo momento, sui Cinque Stelle è ciò che facilmente si evince dal dibattito in studio. «Quando la politica tocca la magistratura, qualcosa accade sempre. Ed il più delle volte qualcosa di spiacevole». Aggiunge Crosetto. «Da padre posso capire lo sfogo di Grillo, se toccano i miei di figli divento una bestia» dice giustamente ed elegantemente Salvini. Era l'estate del 2019 quando i grillini sollevarono una polemica sterile, per una banale foto su una moto d'acqua a Milano Marittima. I grillini della prima ora come Giancarlo Cancellieri, tuonarono indignati. Oggi nessuno dei pentastellati, ha invece voglia di commentare. È il segno dei tempi che cambiano. Non sempre in meglio.

 

Ricordate quando nel Luglio del 2020 il governo Conte andava in onda a reti unificate, promuovendo il «modello Italia contro il Covid» come l'esempio da seguire dal mondo intero? Ecco sulla unicità e bontà di quel modello, il ministro Roberto Speranza, evidentemente è ancora oggi persuaso. Convinto di aver lavorato nel miglior modo possibile. Al punto che pare, non abbia affatto gradito l'annuncio della sfiducia, da parte di Fratelli d'Italia. Pare sia andato su tutte le furie e non l'abbia presa affatto bene: «È una persecuzione». Arrivando a sfogarsi con i suoi più stretti collaboratori: «Così alimentano l'odio nei miei confronti». Poi avrebbe chiesto, ottenendola, la riconferma pubblica da parte del premier Draghi. Meloni intervistata da Barbara Palombelli, invece la chiude facile facile: «Con Speranza ci siamo anche sentiti, non c'è accanimento alcuno. Si figuri, abbiamo pure un rapporto discreto. Ma questa si chiama politica. La sfiducia è uno strumento parlamentare. La mozione resta eccome». Per la serie, non si va all'acquario avendo poi paura degli squali.