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Alberi parlanti

Scienziati di Grenoble a caccia dei «sentimenti» delle piante. Da mezzo secolo un rompicapo per i ricercatori di tutto il mondo

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Tutto iniziò negli anni Sessanta, quando il mondo, che ancora tremava per i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale, guardando ad un antichissimi passato pagano e ad un fantascientifico futuro, s'inventò la New Age: un movimento «totale», che attribuiva un'«anima» ad ogni cosa: agli animali, agli oggetti, alle pietre. E naturalmente anche alle piante. Negli anni Settanta, poi, due studiosi americani collegarono, quasi per caso, una pianta a una macchina della verità, con risultati, secondo loro, sorprendenti. Il poligrafo avrebbe registrato infatti una reazione di paura nel momento in cui uno degli scienziati immaginava di bruciare una foglia. Forse un riflesso telepatico. Si cominciò insomma a parlare di un «sistema nervoso» vegetale, di una forma di «pensiero», che scorreva con la clorofilla e qualcuno attribuì anche dei sentimenti a verdure & Co. La notizia fece tale scalpore che se ne discusse in tutto il mondo tanto che la Rai, in Italia, nel 1975, dedicò all'argomento un seguitissimo sceneggiato: «La traccia verde», con Sergio Fantoni e una bellissima (allora come oggi) Paola Pitagora, che tenne inchiodati al video milioni di telespettatori. La tematica delle piante «pensanti» ha attraversato quasi mezzo secolo, ogni volta con notizie nuove e sorprendenti. Nel 2004 un team di scienziati torinesi giunse ad una conclusione: le piante sono in grado di sentire il pericolo e provano dolore se, ad esempio, un bruco le divora. Tanto che hanno una reazione immediata. Non appena percepiscono la saliva del bruco le piante attivano dei geni che si mettono a produrre una sostanza volatile, una specie di profumo di lavanda, che attira le vespe, nemiche mortali dei bruchi. Non solo: quel «segnale chimico» è anche una «sirena di allarme» che avverte le piante vicine. Si tratta insomma di un «linguaggio», ben diverso dai fonemi che utilizzano gli umani... ma comunque una forma di comunicazione. E veniamo ad oggi. Gli alberi possono «boccheggiare» quando fa troppo caldo e hanno molta sete. Un team di scienziati dell'Università di Grenoble ritiene di aver registrato, per il prima volta, il suono che emette un albero «stremato» per mancanza d'acqua. Si tratta di ultrasuoni: degli «scoppiettii» cento volte più acuti di quanto l'orecchio umano possa percepire e sono il «verso» che i tronchi emettono quando cercano di estrarre umidità per sopravvivere nei periodi di siccità. Gli scienziati francesi hanno usato frammenti di un pino morto che sono stati immersi in idrogel per ricreare le condizioni dell'albero vivo. Il gel è stato poi esposto a un ambiente artificialmente arido, così il legno ha iniziato ad emettere i suoi suoni. Prodotti, in pratica, da bolle d'aria che salgono in superficie e poi spariscono, in un processo chiamato cavitazione, con cui le radici dell'albero si sforzano di raccogliere acqua dal terreno. Il tentativo di «succhiare» questa umidità produce le bolle d'aria e quindi il rumore, che ora gli scienziati stanno trovando il modo di ascoltare sempre meglio, utilizzando nuove e sempre più sofisticate apparecchiature. Ma che differenza c'è tra questo e l'affermare: «Ho sete», come fanno gli uomini? Gli esseri umani comunicano a parole quello che provano, le piante lo fanno in modo diverso. Numerosi scienziati affermano che questo non è sufficiente per ipotizzare degli «alberi parlanti». Altri rispondono che sono necessarie ulteriori ricerche. E ogni volta si scoprono eccezionali novità.

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