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IL SUICIDIO IN CARCERE

Omicidio Varani, il testamento di Marco Prato: donate gli organi e lasciate lo smalto rosso

Marco Prato: "Io succube di Manuel Foffo non ho ucciso Luca Varani"

Il «testamento» di Marco Prato è stato scritto per tempo, ancor prima della lettera trovata in cella accanto al suo corpo la notte tra lunedì e martedì. È scarabocchiato, cancellato, corretto sul mucchio di biglietti che i carabinieri sequestrarono nella camera numero 65 dell'Hotel San Giusto a piazza Bologna, dove si rifugiò dopo l'omicidio di Luca Varani.

Una lettera a mamma e papà, ai soci di A(h)però, Matteo e Federico, agli amici ai quali chiedeva scusa. «Perdonatemi, non riesco - scriveva la notte tra i 5 e il 6 marzo dello scorso anno -. Sono stanco, una persona orribile. Ricordate solo il bello di me. Vi amo». E poi le sue ultime volontà, sempre per mamma e papà, racchiuse in undici punti e tre fogli a righe. In testa alla lista: «Fate festa per il mio funerale, anche se vorrei cerimonia laica, fiori, canzoni di Dalida, bei (sottolineato due volte) ricordi: una festa! Dovete divertirvi!!».

L'attenzione a celare "i lati brutti" ricorre più volte negli scritti del giovane suicida e riguarda anche l'aspetto estetico al quale teneva moltissimo. Al punto 2 raccomandava: «Chiama Private & Friends, il centro di capelli a piazza Mazzini per rigenerarmi la chioma prima di cremarmi. Mettetemi la cravatta rossa, donate i miei organi, lasciatemi lo smalto rosso alle mani. Mi sono sempre divertito di più ad essere una donna!». E poi ancora al 3: «Organizzate sempre, una volta alla settimana o al mese, una cena o un pranzo con tutti i miei cari amici e amiche che ho amato tanto» continua elencando una serie di nomi sottolineati. «Fate sempre festa, sentitevi Dalida ogni tanto» aggiunge al quarto punto con una faccina che ride. «Mettete "Ciao amore ciao" quando avete finito la festa per me - ripete come in un delirio, immaginando la sua "uscita di scena" - e ricordatevi tutti assieme i miei sorrisi più belli».

Al numero 6 pare tornare luci- do e accorto, quando scrive: «Buttate il mio telefono e distruggetelo insieme ai due computer, nascondendo i miei lati brutti (di nuovo ndr)». «Tenete alto il mio nome e il ricordo, nonostante quel che si dica. Non indagate sui miei risvolti torbidi, non sono belli». E poi, all'ultimo punto, ecco rispuntare l'attenzione per l'opinione pubblica, per l'idea di se stesso da trasmettere agli altri. Quella negativa, che alla fine forse lo ha ammazzato: «Scrivete sui social che ci sarà una festa. Poi tentate di chiuderli senza intromissioni o indagini. Vi amo».

Ai genitori dispensa amore e parole molto dolci prima di scrivere su un foglio a parte: «Sto male, o forse sono sempre stato così. Ho scoperto cose orribili dentro di me e nel mondo. Fa troppo male la vita e come io ho imparato mi è insopportabile. Non ne avete nessuna responsabilità - precisa come a togliere loro un peso -, né avete fatto nulla per essere complici dell'autolesionismo. Cercate di stare sereni, di amarvi e continuare le vostre vite. Non sentitevi mai in colpa per tutto questo. Se mi amate, andate avanti a sostenermi e progettarvi come mi avete insegnato».

Chiusi nel loro dolore, il padre e la madre ieri mattina sono andati insieme al nonno e ad alcuni amici di Marco Prato a riconoscere la salma, trasportata all'obitorio di Tor Vergata. Sono scappati via sulla Mercedes grigia diretta verso casa quando non erano ancora le 11. Non una parola, non un segno di cedimento. A tradire il professore, al solito composto ed elegante, la rabbia che stavolta gli segna il volto. L'unica concessione un post su Facebook: poche parole, tutte rivolte esclusivamente a Luca Varani e alla sua famiglia con un invito a lasciare uno spiraglio alla pietà. 

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