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LA GUERRA DEL NAZARENO

Decreti ingiuntivi a 60 morosi del Pd. C'è anche Grasso

Decreti ingiuntivi a 60 morosi del Pd. C'è anche Grasso

Sessanta parlamentari del Pd (tra cui diversi confluiti nel frattempo in Liberi e Uguali) stanno per ricevedere dei decreti ingiuntivi ispirati proprio dal partito del Nazareno. Nel mirino del tesoriere Francesco Bonifazi ci sono, infatti, i contributi dovuti al partito e mai versati durante la scorsa legislatura. Un insieme di mancanze pari a circa 1,5 milioni di euro che ora Bonifazi vuole recuperare. E, insieme, trapelano anche i nomi di alcuni dei parlamentari - o ex - interessati. Tra loro, con una delle cifre più alte, anche l'ex presidente del Senato Pietro Grasso, che dovrebbe al partito la bellezza di 83mila euro.

Tra gli altri debitori - che non avrebbero rispettato l'impegno a versare parte dello stipendio da onorevole, 1.500 euro mensili, al partito - ci sono l’ex deputato lettiano Marco Meloni (quasi 10 mila euro), Simone Valiante (vicino a Michele Emiliano, 50 mila); Guglielmo Vaccaro (43 mila), Giovanna Palma (19 mila), Vincenzo Cuomo 40 mila, Giovanni Falcone 38 mila. Ci sono poi i bersaniani Giovanni Greco e Luigi Lacquaniti, ex dem poi confluiti in Articolo 1 - Mdp

La notizia è emersa dall'analisi del bilancio del Pd, chiuso con un attivo di circa mezzo milione di euro, anche in virtù di questi "crediti". Bonifazi ha inoltre smentito la ventilata ipotesi di un'abbandono della costosissima sede a Largo del Nazareno.

Del debito dell'allora presidente del Senato Pietro Grasso si era già parlato a gennaio scorso. E l'ex magistrato aveva accusato gli ex compagni di partito di ritorsione, perché solo poche settimane prima - a legislatura ormai finita - aveva deciso di traslocare in Liberi e Uguali.

"Non ho mai ricevuto da voi alcuna comunicazione in merito alla quota economica mensile che avrei dovuto versare al Pd in ragione della mia elezione, né le modalità di pagamento" scrisse Grasso in una lettera aperta a Bonifazi. Giustificandosi con l'inopportunità "che il presidente del Senato sostenga con soldi pubblici l’attività di un partito, così come per prassi centenaria non è chiamato a dare col voto alcun contributo politico".

Motivazioni che, evidentemente, non sono state ritenute fondate dagli ex "colleghi" del Pd.

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