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Quando Prodi mandò la Marina a fermare l’esodo degli albanesi

28 marzo 1997, una nave militare italiana sperona e affonda un barcone. Muoiono 81 migranti, 27 i dispersi

Fatta la tara dell’indignazione, il premier Matteo Renzi, dopo l’immane tragedia nel Canale di Sicilia, finora ha saputo solo pronunciare dei «no»: un intervento di terra in Libia è «un rischio assolutamente eccessivo», i respingimenti «sono impossibili», il ripristino di Mare Nostrum sarebbe solo un’«operazione tampone» e infine il blocco navale significherebbe «far fare il taxi agli scafisti». Ma se il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, condivide la non-linea di Renzi e definisce il blocco navale «un’espressione suggestiva che non risponde alle esigenze del momento», poche ore dopo la morte dei 900 immigrati, è stato un uomo del Pd, Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa del Senato, a chiedere a Onu e Unione Europea di «predisporre il blocco navale per fermare il traffico degli esseri umani».
Ma la sinistra che oggi dice no al blocco navale, era dello stresso avviso anche in passato? Neanche per idea. Nel 1997, quando premier è Romano Prodi e ministro della Difesa Beniamino Andreatta, il problema non si chiama Libia, ma Albania. Una nazione in preda alla guerra civile e dalla quale partono migliaia di disperati che tentano di raggiungere l’Italia sui barconi. Il 28 marzo di quell’anno, al largo di Brindisi, l’imbarcazione albanese «Kater I Rades» viene speronata e affondata dalla corvetta «Sibilla» della nostra Marina militare che stava tentando di bloccarne il passaggio. Muoiono 81 immigrati, 27 i dispersi. È in quel momento che si scatenano le polemiche sul blocco navale e i respingimenti adottati, in modo camuffato e con molti distinguo tecnici, dalla sinistra italiana.
Ma se i vertici di quel governo negano e parlano di «pattugliamento», pochi giorni prima di quel disastro le navi della Marina militare ricevono l’ordine di spingersi fino ai limiti delle acque territoriali albanesi per intercettare le imbarcazioni di profughi. Non solo. L’Unhcr, Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, analizzando le scelte messe in atto dall’Italia nell’Adriatico, aveva anche posto sotto accusa proprio il blocco navale deciso dal nostro Paese. Dopo l’affondamento della «Kater I Rades», il governo Prodi e i suoi ministri vengono assaliti. La sinistra radicale chiede la rimozione del blocco navale e accusa l’Esecutivo di seguire le idee di due esponenti del centrodestra, Maurizio Gasparri e Irene Pivetti. Luigi Manconi, all’epoca portavoce dei Verdi, fa notare a Prodi e Andreatta che «quel pattugliamento rappresenta di per sé un blocco navale deciso senza l'accordo del governo albanese».
Il leader dei Radicali, Marco Pannella, definisce la scelta del governo Prodi «imbecille», mentre per Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera, la tragedia è proprio colpa dell’«illegale blocco navale camuffato, all'italiana, sotto il termine di “pattugliamento concordato”, non previsto da alcuna norma di diritto internazionale». Silvio Berlusconi, all’epoca leader del Polo delle Libertà, smentisce le voci secondo le quali era stato informato da Prodi sull’adozione del blocco, che invece definisce «indegno di un paese civile», e Valdo Spini, presidente della commissione Difesa della Camera, afferma: «È illusorio pensare che l'esodo possa essere risolto dal blocco navale». E mentre il governo continua a negare, Massimo D’Alema gioca ancora al camuffamento spiegando che «non è giusto presentare il pattugliamento come un blocco che non c’è stato».
Pochi mesi dopo, l’Osservatorio permanente Italia-Albania chiede l’incriminazione del governo per l’affondamento dell’imbarcazione albanese e monsignor Luigi Di Liegro, direttore della Caritas di Roma, afferma che «il blocco, scelta razzista, va condannato insieme a chi l’ha autorizzato».
Giusto o sbagliato che fosse, che la sinistra in quell’occasione mise in atto un blocco navale, appare dimostrato anche dalla risposta che Andreatta diede a chi gli chiedeva una replica a Berlusconi che proponeva la fine di quella tecnica: «Se si confermasse questa posizione – rispose l’allora ministro della Difesa - verrebbe meno la statura dell'uomo politico» e sarebbe dimostrato che «Berlusconi corre dietro alle posizioni più radicali della sinistra estrema».

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