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PRIGIONIERI DEL SILENZIO

L’inferno dei carcerati italiani all’estero

Sono 3.500 i nostri detenuti in paesi stranieri spesso in condizioni inumane. Un libro-inchiesta ricostruisce i 12 casi più eclatanti. Senza dimenticare i Marò

L’inferno dei carcerati italiani all’estero

Non giudicate. Il punto non è se siano colpevoli o innocenti. Il punto è che gli vengono negati i più elementari diritti umani, sono ridotti a larve, privati della loro dignità, abbandonati in celle luride e ostaggi del silenzio. Sono i «Prigionieri dimenticati», titolo
del libro-inchiesta di Katia Anedda (ed. Historica; pag. 119), fondatrice appunto della Onlus «Prigionieri del silenzio».

Detenuti italiani nelle carceri di Paesi stranieri, alcuni considerati «culle del diritto», come gli Stati Uniti, altri in cui la schizofrenia della giustizia e la corruzione dei governanti rispecchia lo stato di sottosviluppo, come il Mali o la Guinea Equatoriale.

Il caso dei nostri due Marò arrestati in India senza prove valide è forse il più noto. Ma non è l’unico. Nel luglio 2014 la Farnesina diffuse i dati relativi al dicembre 2013. I nostri connazionali dietro le sbarre di una prigione estera erano quasi tremila e cinquecento (3.422). Oltre 2.600 si trovavano nell’Ue; 161 nei Paesi europei fuori dall’Unione; 490 nelle Americhe; 59 nel Mediterraneo e in Medio Oriente; 12 nell’Africa sub-sahariana e 75 tra Asia e Oceania.

A detenere il record di galeotti italiani nel Vecchio Continente è la Germania, che tre anni fa ne ospitava 1.218. Segue a ruota la Spagna, con 574 persone. La causa principale degli arresti è il traffico di droga, sebbene anche l’omicidio giochi una sua parte, con il 59% dei casi nell’Ue e 28,6% negli Usa. Fuori d’Europa, il grosso dei «prigionieri» con la nostra cittadinanza sono concentrati, oltre che negli Stati Uniti, in Brasile e in Venezuela, dove «si riscontrano le peggiori condizioni di reclusione», scrive Anedda e dove, secondo una relazione del 2015 di Amnesty International, vengono «negati ai detenuti i più elementari diritti garantiti dalle convenzioni internazionali, come l’assistenza di un avvocato o la presenza di un interprete durante gli interrogatori».

Il libro passa in rassegna dodici casi emblematici tra quelli dei 3.422 compatrioti che sono stati o sono detenuti all’estero (scesi a 3.288 nel dicembre dello scorso anno), a partire da quello, eclatante, di Carlo Parlanti. Tra l’altro, emerge che, non di rado, i «cattivi» non sono solo gli «altri». Anche noi abbiamo le nostre responsabilità. L’opinione pubblica, perché etichetta subito questi uomini e donne, spesso vittime di malagiustizia, come irrimediabilmente colpevoli. E se ne disinteressa. Le nostre autorità, perché non sempre fanno bene il loro dovere di assistenza, sia per scarsità di mezzi e di organico che per scarsa sensibilità personale.

Spiega nella prefazione del libro l’ex ministro degliEsteri Giulio Terzi di Sant’Agata, sottolineando le «innegabili carenze dell’azione di governo nella questione Marò» e ricordando alcune delle vicende affrontate nel libro, che «diverse di queste vicissitudini sono state segnate da errori, disattenzioni politiche e amministrative che non hanno certo contribuito alla credibilità del nostro Paese». E il diplomatico conclude, citando il lavoro di Katia Anedda, che «il pubblico dibattito deve spezzare quel "silenzio che è una barriera chesepara più del filo spinato e ferisce più della tortura"». Il silenzio dell’indifferenza.

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