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La vincitrice del Nonino Chimamanda Ngozi Adichie racconta il suo romanzo

Dovremmo farne il ritornello di un canto epico, da tramandare nei secoli. "Il mondo taceva mentre noi morivamo" è la frase che compendia il romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie, "Metà di un sole giallo" (Einaudi). Una storia africana negli anni Sessanta - gli amori deludenti di due sorelle, una intellettuale e legata a un professore nigeriano comunista, l'altra manager, innamorata di un inglese, residuo del colonialismo. Una storia africana in una tragedia africana. La guerra in Biafra (metà di un sole giallo è la bandiera di quel Paese morto neonato). Tre anni (1967-70) di odio di razza, di sterminio. E di carestia, di madri col seno avvizzito e bambini col ventre gonfio. Col Biafra, ricco di petrolio, che vuole essere indipendente e il governo centrale di Lagos che lo schiaccia. Alla fine la Nigeria resterà una sola, nel sangue. Ma delle cicliche tragedie del Continente nero - come quella che da dieci anni abbrutisce il Congo - arriva un'eco gracile all'orecchio disattento di chi conta nel mondo ed emulsiona l'informazione.
Chimamanda è una trentunenne africana "arrivata". Bella per gli occhi lunghi, i denti come perle. Appartiene all'upper class nigeriana (il padre professore universitario, lei studi in Inghilterra e in Usa, borsa di studio a Yale). Adesso anche famosa per questo best seller (500 mila copie vendute negli States) scritto in inglese ("l'inglese è la lingua ufficiale della Nigeria, e dell'Africa. I giovani delle città non conoscono altro idioma, guai tornare ai dialetti, sarebbero altri odii"). Oggi ha i riflettori addosso in Italia. Nelle Distillerie di Percoto, Claudio Magris la incorona "Premio Nonino internazionale 2009".
Chimamanda usa le parole ferme. Replica e precisa. Con grinta e speranza. A un certo punto azzarda pure un "Se mai diventassi presidente della Nigeria…". Ma perché ha raccontato la guerra in Biafra, lei che non l'ha vissuta? "Per non dimenticare, che vuol dire conoscere. È l'ultima riga del mio libro. Vede, io sono di etnia igbo, sono nata ad Abba, città che per pochi anni fu nella Repubblica del Biafra prima che patisse la sua voglia di indipendenza. I miei nonni, molti parenti sono stati vittime dei massacri. I miei genitori hanno perso tutto".
Un romanzo corale, uscito dalla coscienza della sua gente. "Ho raccolto le testimonianze di tanti. Si deve sapere quello che è successo in Biafra. Non si studia neanche nei nostri libri di scuola. Troppo silenzio. Qui e all'estero". Come per altre tragedie africane. "Sta qui il punto. Il colonialismo ci ha tolto e ci toglie ancora la voce". Ma dove l'uomo bianco se n'è andato, chi è al potere è corrotto, incapace di amministrare le risorse, di promuovere sviluppo. "Lo spiego così. La Nigeria, come qualsiasi altro Paese africano, non è stata creata per avere successo nella sua indipendenza. Le grandi potenze l'hanno plasmata secondo il principio del divide et impera. Noi abbiamo spaventosamente fallito. Ma potevamo fallire un po' meno". E delle guerre di religione che ne pensa, lei che è cattolica? "Sono cattolica perché credo, ma non approvo come è organizzata la Chiesa. Quanto alle contrapposizioni tra fedi, c'è dietro la politica. I musulmani da noi commettono violenze sui cristiani quando c'è una campagna elettorale". Un personaggio del suo libro dice: africani e neri d'America, una razza sola. Ora c'è Obama alla Casa Bianca. "L'elezione di Obama ha entusiasmato l'Africa. Ma lui è presidente Usa e tutelerà gli Usa. La speranza è che il suo successo porti il mondo a credere che in Africa c'è gente che pensa. E non deve essere manovrata".

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