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Dal Teatro dell'Opera i tesori

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di Picasso, Burri e Prampolini

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Dal Laboratorio Scenografico di Maurizio Varamo, dalla Sartoria di Anna Biagiotti, dal fondo figurini e bozzetti del Teatro dell'Opera sono uscite almeno trecento opere, perché non c'è stato artista che non abbia subìto il fascino del palcoscenico, a cominciare da Picasso che nel 1919 per i Ballets Russes di Diaghilev - ne aveva appena sposato una delle ballerine, Olga Chochlova - disegnò scene e costumi per "Le Tricorne", di De Falla con coreografia di Massine: il Teatro dell'Opera ne possiede 29 preziosi lucidi, realizzati - in barba agli stilemi cubisti - con un piatto cromatismo attinto dalla tradizione popolare iberica. De Chirico ha applicato la tecnica del "quadro nel quadro" nel suo "Otello" del 1964, Prampolini il suo astrattismo in "Bolle di sapone" del 1953, Burri ha posto un enorme "Cretto" del 1973 a fondale del Balletto "November steps". E fra i costumi, usati dai miti della lirica e del balletto del Novecento, ecco quello ideato da Zeffirelli per il Falstaff di Tito Gobbi nel 1963; ecco il manto in crèpe avorio, già sulle spalle di Maria Callas nella famigerata "Norma" del 1958, quando ella ne interruppe l'esecuzione dinanzi al Presidente della Repubblica, o l'intatto costume di Coppelia, usato dalla grande Attilia Radice nel 1939. Meravigliosa passeggiata all'indietro, nella mostra: ma il cammino continua e si proietta nel futuro prossimo venturo.

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