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di LORENZO TOZZI STASERA ad Ancona, al Teatro delle Muse da poco restaurato, Placido ...


«È stata un'idea di Claudio Orazi - dice il compositore - e si era pensato ad una manifestazione legata alla reinaugurazione del teatro marchigiano con un testo del Papa. Poi Giovanni Paolo II nel gennaio 2002 ad Assisi fece quella ormai famosa esternazione sulla pace e quello ci sembrò il testo più adatto. Ho aderito con entusiasmo al progetto».
È stato difficile coinvolgere Placido Domingo?
«Senza di lui il progetto non avrebbe avuto lo stesso spazio e la stessa attenzione. Domingo accettò solo dopo aver visto la partitura, la musica gli è piaciuta e solo allora ha accettato. È nata così questa cantata per tenore, coro e orchestra che assume un valore speciale per l'interprete e per l'autore del testo».
Poi lei sarà ancora alla ribalta per una commissione della Scala.
«Dal 9 maggio sarà di scena al Piccolo Teatro Studio "Vita", libero adattamento dalla commedia Wit dell'americana Margaret Edson, Premio Pulitzer 1998. È un'opera da camera con organico ridotto e da rappresentare in piccoli teatri. Pone una tematica particolare: è la storia di una malattia. C'è una donna malata che è visitata dai suoi fantasmi letterari (come John Donne) in una sorta di delirio onirico. Non è un'opera attuale e, temo, neppure di moda. Non vi sono forti messaggi sociali e può per molti apparire persino un'opera sgradevole e indiscreta, che tratta dell'argomento più rimosso degli ultimi anni, ovvero la morte. Assieme ad un genere estetico anch'esso tra i più dimenticati come la poesia. Insomma un percorso difficile».
Lei è stato definito dai critici un neoromantico.
«È solo un'etichetta, per giunta sbagliata, ma è servita a rendere un prodotto riconoscibile. Anche se non vuol dire niente. Oggi essere compositore significa piuttosto barcamenarsi in un mondo bizzarro che in Italia ha poco a che fare con la musica, combattere con un habitat ostile. Bisogna avere a che fare con lobbies, gruppi di potere, gerontocrazia».
Come concilia le sue molteplici attività?
«Sono fiumi diversi che cerco di far comunicare. Non amo i compartimenti stagno. Ho visto che riesco a scrivere anche facendo il direttore artistico. Non è un fatto di tempo, ma di disponibilità mentale».
Ma l'opera lirica è morta o ancora viva oggi?
«Negli Usa si scrivono cento opere l'anno. Direi che prima di decretare la morte di un genere bisogna riflettere. Certo è un genere in via di mutazione, che va cercando stimoli dalla vita e dal pubblico. Lo spettacolo con canto, allestimento scenico, esecuzione musicale dal vivo è insostituibile. Forse deve solo rinnovarsi. Ma c'è poco ricambio di pubblico in Italia. Manca una politica culturale per la musica a partire dalla educazione musicale di base. È un circolo vizioso da spezzare...».

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