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di BRUNO ROVIRA NEL NUOVO libro di Isabel Allende, «Il mio paese inventato» (che Feltrinelli ...

Isabel dialoga con la propria terra, dove visse fino alla caduta e alla morte del cugino di suo padre, il presidente Salvador Allende, durante il golpe dell'11 settembre 1973. Trent'anni dopo, un altro 11 settembre - quello del 2001 - l'ha spinta a tracciare questo ritratto sognante del Cile.
Isabel mi riceve nello studio della sua casa californiana. Dalle finestre si vede, al di là di un bosco di roveri, la baia di San Francisco. Si è alzata alle sei e ha camminato un'ora. Poi ha cambiato i fiori in salotto e messo a posto le fotografie di sua figlia Paula, morta troppo giovane, di Willi, il marito americano, dei nipoti e del Tata, il nonno che attribuiva ogni male alla vita troppo facile, e della nonna che con la sua energia mentale muoveva il tavolo del biliardo e la zuccheriera. Sotto il computer tiene le immagini di Pablo Neruda, il poeta suo compatriota che un giorno le disse: «Signorina, lei è la peggiore giornalista di questo Paese, inventa tutto, perché non si dedica alla letteratura, nella quale questo difetto è una virtù?».
Il suo primo libro era una lunga lettera al nonno, il libro su Paula un'altra lunga lettera. Ha bisogno di rivolgersi a un interlocutore, quando scrive?
«È un modo per avere meno paura del giudizio di migliaia di lettori. Prima di cominciare a scrivere ho bisogno di immaginare la persona che mi leggerà».
In «Il mio paese inventato» sembra voler raccontare la storia del Cile, ma il titolo è un avvertimento su come userà la sua memoria.
«I meccanismi della memoria sono selettivi e ciascuno ha il proprio modo di vivere gli stessi eventi. Nel caso del Cile, penso che a volte l'ho idealizzato e altre, il Cile degli anni '60, ne ho messo in luce gli aspetti più frivoli».
Con questo nuovo libro ha voluto salvaguardare la memoria del Cile?
«Oggi si dimentica tutto rapidamente. Pinochet vive tranquillamente in casa sua, e se non ci fossero alcune persone che tengono vivo il ricordo delle sue malefatte, nessuno ne parlerebbe più. In Cile esiste una generazione che non vuole sapere niente del passato. E invece quanto è accaduto influisce ancora sulla vita del Cile».
Nell'introduzione lei scrive di aver perso un Paese l'11 settembre del 1973 e di averne trovato un altro l'11 settembre del 2001.
«Due 11 settembre, entrambi di martedì, e alla stessa ora! Non è incredibile? Vivo negli Stati Uniti da molti anni, ma solo l'11 settembre 2001 ho sentito di avere molte cose in comune con gli americani: la vulnerabilità, la paura, il sentimento che nulla è per sempre. Quel giorno ho capito che finalmente potevo condividere con gli americani qualcosa che mi aveva sempre accompagnata e che loro provavano per la prima volta».
Non è più l'intellettuale di sinistra che detesta gli Stati Uniti?
«Rimango una liberal arrabbiata, come qui vengono definiti i molti che la pensano come me. L'America è molto varia. Chi la guarda da fuori vede solo i McDonald's, i film violenti, l'americano medio, che in genere è detestabile; ma in California, dove vivo, l'ambiente è diverso».
Che cosa la preoccupa di più del mondo attuale ?
«La pace. E la condizione della donna. Finché le donne non parteciperanno al governo del mondo al 50 per cento, non ci sarà giustizia, uguaglianza e pace».

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