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LE «TRINE» architettoniche di Venezia e le ciccione di Botero.

Una mostra a doppia faccia, al chiuso ed en-plein-air. Sulle rive e sui campi spuntano grandi sculture dell'artista colombiano e paiono godersi il piacere di stare all'aperto e specchiarsi nell'acqua. Il resto, opulenti figure di donna, nature morte, sta a Palazzo Ducale. Soggetti che sembrano voler uscire dalle cornici per chiedere più spazio. Personaggi tanto concreti quanto enigmatici nella fissità espressiva, nell'uso metafisico del colore.
Sono una quarantina - equamente distribuite tra opere su tela e sculture - i lavori che Botero presenta in laguna. Quelle all'aperto fino all'8 giugno, in coincidenza con l'apertura della Biennale d'arte. Fatto che ha dato fastidio all'artista, tanto da farlo parlare di «dittatura culturale». L'esposizione a Palazzo Ducale si concluderà invece il 13 luglio. Botero ribadisce con forza il suo stretto legame con la tradizione pittorica, con i maestri fiorentini del passato da cui ha tratto ispirazione, dichiarandosi lontano da chi, al contrario, non tiene conto di ciò che la storia dell'arte e della cultura ha saputo produrre. «C'è un arte legata alla grandi tradizioni e molti pittori d' avanguardia, come Picasso, avevano ammirazione per il passato; c'è poi un'altra arte, di scuola americana, che rinuncia al passato, alla tradizione».
È certo che il richiamo alla tradizione è anche nelle sue tele; un esempio per tutti, in questa mostra, è il dipinto «M.ell Riviere, dopo Ingres». Ironico e suadente, Botero rivisita l'opera di Ingres con grazia e ammiccante maestria. E poi le danzatrici, bianchissime nelle carni e negli abiti da ballo, le sue arance prorompenti, il grande dipinto del '98 Adamo ed Eva con un serpente tentatore e fiammeggiante tra i due «peccatori» ritratti di schiena.
R. T.

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