Tre artisti, tre opere come possibili simboli del nostro tempo

Storie dalla Biennale al Canal Grande: Jaar, Salane e JR

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Venezia, 13 mag. (askanews) - Un lungo corridoio illuminato di luce rossa, straniante e anche disturbante, in mezzo all'Arsenale: è uno dei lavori più fotografati della 61esima Biennale d'arte, ma in realtà tutto quello spazio è costruito per contenere un cubo di pochi centimetri di lato, composto dei dieci minerali più critici, che sono al centro di vere guerre per appropriarsene: cobalto, terre rare, rame, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino. È l'opera "The End of the World" di Alfredo Jaar, monito e cattedrale al tempo stesso, profondamente calata nel senso di questa Biennale "In minor Keys".

Nello stesso modo lo è anche il film "Mercurial New York" dell'artista Rose Salane, che viene dal Queens e ha voluto raccontare la sua città attraverso i dialoghi delle persone, attraverso le storie che si intrecciano, comuni e uniche, per costruire, come accadeva agli angeli di Wim Wenders, una narrazione polifonica che, in fondo, possiamo definire l'anima della metropoli. Una una sinfonia psicologica della città in movimento, che è tenera, ma ci ricorda anche l'aspetto della sorveglianza continua e che vuole celebrare le persone di New York come agenti economici, come coinquilini e come archivi viventi di sentimenti e memorie.

  

Per arrivare da JR invece serve uscire dalla Biennale e prendere il vaporetto: l'artista francese ha infatti scelto di installare la sua personale versione delle Nozze di Cana di Paolo Veronese sulla facciata di Palazzo Ca' da Mosto, questa volta i protagonisti, come è tipico della pratica di JR, vengono dalla vita reale, sono 176 persone legate al Refettorio Paris, che nella capitale francese offre pasti a chi è in difficoltà. L'intervento dell'artista poi prosegue all'interno del palazzo, ma l'immagine più forte sta qui, davanti agli occhi di tutti noi che spesso ci ostiniamo a non guardare.