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Europa League, maledetti rigori: Roma sconfitta nella finale a Budapest

Tiziano Carmellini

I rigori, ancora una volta, la maledizione continua. A Budapest come quel 30 maggio 1984 all’Olimpico contro il Liverpool. Era la Coppa dei Campioni, stavolta l’Europa League, cambia la coppa non la sostanza. A Mourinho non riesce l’ennesimo miracolo, anche se ci è arrivato davvero a tanto così. Neanche il suo carisma ha potuto sfatare il tabù e invertire la rotta di un Siviglia che vinca la sua settima finale di Europa League.

Il tutto al termine di una partita lunga una vita (146 minuti), nella quale la Roma è andata avanti grazie al gran gol di Dybala, si è fatta poi rimontare e alla fine ha ceduto, nonostante un brutto arbitraggio (ai giallorossi manda un rigore e Taylor ha spesso usato due pesi e due misure) solo alla roulette dei rigori.

  

Serata surreale con Dybala che stringe i tempi e va in campo dal primo minuto, dando ragione a quanti alla vigilia pensavano a una pretattica di Mourinho che gli aveva dato non più di venti minuti nelle gambe. I tifosi romanisti tirano un sospiro di sollievo perché averlo, anche se non al cento per cento, in campo fa tutta la differenza del mondo. Va a far coppia con Abraham (per lui terza finale europea) con Pellegrini qualche metro più dietro. C’è Smalling al centro della difesa tra Mancini e Ibanez che vince il ballottaggio della vigilia con Llorente.

Partita inizialmente bloccata che Spinazzola potrebbe stappare dopo dodici minuti: ma il suo piattone è facile preda di Bono. La Roma sembra averne di più e poco dopo la mezz’ora sblocca la serata. Contrasto di Cristante al limite del fallo a centrocampo, palla a Mancini che manda in porta Dybala tagliando la difesa spagnola. L’argentino non si fa pregare, manda avanti i suoi e in delirio i quasi trentamila giallorossi arrivati a Budapest da ogni parte del mondo. La scossa arriva forte anche nella Capitale, l’Olimpico esplode e il sismografo avrà registrato scosse come successo qualche settimana fa a Napoli.

Ma non è finita e il Siviglia lo spiega bene a Mou & Co.: il palo di Rakitic a primo tempo praticamente scaduto è qualcosa più di un segnale di avvertimento. E non è un caso se dopo dieci minuti della ripresa arriva il pareggio spagnolo al termine dell’ennesima azione corale al termine della quale la palla sbatte sulla coscia di mancini e si infila alle spalle dell’incolpevole Rui Patricio.

La Roma accusa il colpo ma riesce poi a rialzare la testa andando vicino due volte al raddoppio. Dopo 68 minuti Dybala chiede il cambio, entra Wijnaldum, poi Belotti per Abraham. Finisce così con un rischio a tempo scaduto per Rui Patricio che fa tirare un sospiro di sollievo ai romanisti: si va ai supplementari.

Mou chiama a raccolta i suoi, ed è in questi momenti che ti accorgi di avere in panchina uno così. Entra Zelewski per Celik, i minuti passano e le gambe finiscono tanto quelle dei giallorossi, quanto quelle spagnole. Mou gioca la carta El Shaarawy per capitan Pellegrini quando manca l’ultimo spicchio di partita all’overtime in coppia con Llorente che a prendere il posto di uno Spinazzola esausto.

L’ultimo assalto si conclude con una traversa giallorossa al minuto 130: niente, si va ai rigori e li la storia si ripete. Sbagliano Mancini e Ibanez (all’epoca furono Conti e Graziani) e il Siviglia festeggia. E ora domenica, sfumato l’accesso diretto alla Champions, quella contro lo Spezia diventa un’altra partita della vita per provare a giocare in Europa anche nella prossima stagione.