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Il muratore che espugnò il Tou r

Ottavio Bottecchia aprì la strada ai trionfi di Bartali, Coppi e Pantani Due i successi in Francia nel ’24 e nel ’25: «Son diventa’ un sior»

Fu apripista per Bartali e Coppi, Nencini e Gimondi e Pantani. Tre doppiette, nove affermazioni, senz’altro avare per la tradizione del ciclismo italiano. Ceppo solido trevigiano di San Martino di Colle Umberto, trentenne, Ottavio Bottecchia fu il primo, novanta anni ad oggi. Avrebbe forse potuto anticiparne l’esito l’anno avanti, ma nel 1923 prevalse la ragione di squadra, l’Automoto, e la squadra era quella comandata da Henri Pelissier, parigino, il più forte di quattro fratelli con identica inclinazione ciclistica, ostico, difficile da battere su ogni percorso, ricco di successi sulle strade di casa e pure, spesso, su strade italiane. «L’Henri de France», appena trentacinquenne, sarebbe finito ucciso dalla compagna, durante un litigio, con una revolverata.

In quel Tour d’esordio, muratore di mestiere, Bottecchia indossò la maglia gialla per sei tappe, prima d’arrendersi al capitano. Al posto d’onore nella classifica finale, l’italiano stupì i francesi, stupì Henry Desgrange, l’inventore della corsa, che pronosticò grandi futuri al taciturno figlio d’Italia: in due mesi, quinto classificato al Giro d’Italia, il ciclista aveva percorso ottomila chilometri! Aveva un accordo con il Guerin Sportivo , il più antico periodico sportivo italiano, e dettò in puro dialetto veneto i suoi commenti. Ai guadagni del primo Tour assegnatigli dagli organizzatori, si aggiunsero le 61.275 lire raccolte dalla Gazzetta dello Sport con una sottoscrizione popolare cui aderì anche Benito Mussolini. Primo atto, rientrando in casa, fu ripulire da capo a piedi, con divise nuove, l’imponente tribù di nipoti, venticinque unità.

Nel 1924, quando Ottavio Bottecchia si presentò nuovamente alla partenza del Tour, preferendolo a Pelissier, mezza Francia ciclistica scommise sulla sua vittoria. Divisi negli spazi con un occhio dedicato alla VII Olimpiade dell’era moderna ospitata in casa, i giornali transalpini scrissero della «metamorfosi del muratore». Quindici tappe, quattordici giorni di riposo necessari per assorbire almeno in parte le fatiche massacranti, percorsi infami, fango, biciclette ostili, vesciche, gambe scorticate, reni fiaccate. Partenza notturna alle 0.45 dal Luna Park parigino, frazione iniziale fino a Le Havre per la bellezza di 381 chilometri, immediata ipoteca dell’italiano al primo traguardo.

Urtato per l’ottusità degli organizzatori relativamente al numero delle maglie da indossare, per nulla convinto che l’italiano fosse disponibile a cedergli il passo, alla partenza della terza tappa, affiancato dal fratello Francis, Henri Pelissier decise di non partire. Uno scrittore di razza, Albert Londres, con un titolo del P etit Parisien che diverrà antologia, «I forzati della strada», raccolse lo sfogo del campione: «Gli organizzatori ci trattano come cani. Il Tour è un calvario. La Via Crucis aveva 14 stazioni, noi ne abbiamo 15». Bottecchia vincerà altre tre tappe, mortificando il resto della truppa specie sui tornanti pirenaici, Aubisque, Tourmalet, Aspin, Peyresourde, in fila, un colle dopo l’altro. Terrà la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa, Nicolas Frantz, lussemburghese, dietro di 35 minuti.

Naso d’aquila secondo definizione d’oltralpe, forte dei precedenti, l’italiano passò il confine anche nel 1925. Il copione non subì scossoni. Vittoria alla prima frazione, alternanza in testa alla classifica fino all’ottava tappa, conquista definitiva fino alla diciottesima e definitiva, Lucien Buysse, belga, staccato di un’ora circa. Al termine, l’annuncio: è il mio ultimo giro. Poi, gradualmente, le pressioni e le impressionanti offerte economiche di Desgrange, avranno effetto, con promessa della quarta e quinta presenza. Nel 1926, dopo una trasferta in Argentina su invito del Club Atlético Huracàn di Buenos Aires, fondato da sportivi locali e da emigrati italiani, Bottecchia partì per il quarto Tour. Ma era un Bottecchia diverso, malmesso fisicamente, stanco di gambe e di testa. Al resto provvide il boicottaggio dei suoi compagni di squadra, francesi e belgi. Isolato, logorato, infine rassegnato, all’undicesima tappa l’italiano fece le valigie e tornò a casa. Si riprese, onorò i ricchi contratti con tutti i velodromi. A un amico confiderà: «Son diventa’ un sior!».

Il 1927 iniziò con una clavicola lussata in febbraio, prima della Milano-Sanremo. Cadde nuovamente a maggio nella Bordeaux-Parigi, per un capogiro, malessere già denunciato in altre gare. A fine maggio, la mazzata della morte del fratello Giovanni, investito da un’auto. Poco dopo, a pochi chilometri da Gemona, l’epilogo. Ottavio Bottecchia verrà trovato a fianco della bicicletta, in fin di vita. Dodici giorni di agonia, un ripetuto «malore, malore...» dinanzi alla moglie Caterina, sempre confermato negli anni successivi dalla figlia Fortunata. Poi, il 15 giugno, trentatreenne, il vincitore del Tour del 1924 e del 1925, si arrese.

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