Sandro Calvesi, il signore degli ostacoli
Gabre Gabric incontrò Sandro Calvesi, classe 1913, fresco diplomato con il massimo dei voti all’Accademia della Farnesina di educazione fisica. C’è un’imponente e trascurata stele allo stadio dei Marmi, al Foro Italico, a ricordare, di quegli studi, qualifica e anno di riferimento. Del diploma il giovane tecnico fece tesoro, insegnando in più stagioni nelle Accademie militari di Livorno e di Modena e nell’Università Cattolica di Milano. Ma fu soprattutto in campo atletico che il nativo nella bresciana Cigole espresse il meglio, creando una «scuola italiana degli ostacoli» famosa nel mondo, portando ai successi internazionali atleti come Armando Filiput, titolo europeo sui 400 e primato mondiale sulle 440 yard, Eddy Ottoz, sposato con la figlia Lyana, Salvatore Morale, titolo continentale e primato mondiale nel 1962 e medaglia olimpica a Tokyo 1964. Primato fra i primati del tecnico lombardo, tre azzurri finalisti sui 110 all’Olimpiade giapponese, Ottoz, Giovanni Cornacchia e Giorgio Mazza. Attivo nelle stesse epoche in cui la direzione tecnica nazionale era affidata a Giorgio Oberweger e il settore federale della velocità a Giuseppe Russo, entrambi determinanti nella costruzione di Livio Berruti e del titolo olimpico conquistato nel 1960 allo stadio romano dall’atleta torinese, nel febbraio del 1969, affiancando la corrente di rinnovamento che avrebbe condotto al vertice della Fidal Primo Nebiolo, Calvesi fu prima chiamato al Consiglio federale, ricevendo subito dopo la delega per la ristrutturazione del settore tecnico nazionale. Ma l’uomo, nato tecnico, tale era rimasto, preferendo la pratica di campo alla scrivania della dirigenza. Fu così che nel 1972, fino alla morte avvenuta nel 1980, riprese la sua attività tecnico-organizzativa presso la sede bresciana, aprendo le porte della sua scienza allenativa anche ad atleti provenienti dall’estero: storico il caso del francese Guy Drut, che affinò sotto la guida di Calvesi la preparazione necessaria alla conquista, nel 1976, a Montreal, del titolo olimpico sui 110. Delle qualità tecniche di Sandro Calvesi, oltre i numerosi saggi firmati nella sua lunga esperienza accademica, resta anche un testo sottoscritto con Gianni Brera con un titolo che è sintesi e manifesto culturale della prima disciplina olimpica, «Atletica leggera, culto dell’uomo». Edito nel suo quinto aggiornamento nel 1964, il testo presenta evidente, specie nella parte tecnica, la sua anzianità di servizio. Ma resta, integra, la sua impostazione pedagogica, quella riassunta nelle note iniziali del volume: «Chiunque possegga braccia e gambe può essere atleta e battere, se non altri, se stesso. Ecco il significato più alto del culto dell’uomo».