Reja: che goduria

Il cerchio aperto cinque mesi fa da Francesco Totti si è idealmente chiuso alle 17 di ieri. Alla vigilia della sfida d'andata, il capitano della Roma indicava in Edoardo Reja «l'uomo derby» in favore dei giallorossi. Al termine della gara di ieri, invece, la Curva Nord esultava inneggiando ironicamente a Luis Enrique. In mezzo la Lazio ha sconfitto per due volte consecutive la Roma. Il mondo si è capovolto: Edy Reja, l'allenatore che in carriera non aveva mai battuto i giallorossi, il tecnico incapace di preparare un derby al punto di perderne quattro consecutivi pur giocando a volte anche meglio, adesso è diventato l'idolo della curva. Tanto da tornare sul terreno di gioco dagli spogliatoi, neanche si trattasse del bis di un concerto rock, indossare la sciarpetta e, sotto la curva, partecipare come un ragazzino al corale «chi non salta giallorosso è». Strano il destino. Fino a qualche mese fa fischiato, la settimana scorsa addirittura dimissionario. Reja ha saputo capovolgere tutto questo. D'altronde, a lui le missioni impossibili piacciono tanto. Era quasi impossibile salvare la Lazio due anni fa, il resto è stata un'ascesa inarrestabile costellata di tanti tabù infranti. La Lazio non vinceva in casa della Roma dal 1997, stesso anno dal quale mancava la «doppietta» in campionato. Non arrivava a giocarsi una fase a eliminazione diretta in una coppa europea dal 2003, non sconfiggeva il Milan in campionato dal 1998. Comunque andrà a finire la sua avventura alla Lazio, Reja resterà nei libri di storia. Quella biancoceleste, s'intende. «È una buona domenica, grazie».   Così si presenta ai microfoni nel dopogara. Vorrebbe parlare solo della partita, ma il discorso torna inevitabilmenta alla settimana di passione vissuta appena qualche giorno prima: «Ci sono stati degli scambi di opinioni con la società e poi ci siamo chiariti - racconta per l'ennesima volta - ma noi stiamo facendo bene in campionato, questa era la nostra ambizione, volevamo migliorare la classifica dell'anno scorso. La società ha lavorato bene sul mercato e stiamo facendo quello che ci si aspettava». Niente più ombra di Zola? «Gianfranco è un amico, ci siamo anche sentiti, era normale che la società si guardasse attorno con le mie dimissioni. Gli auguro di arrivare un giorno alla Lazio, ma io posso allenare per altri dieci anni». È il momento di parlare della gara: «L'avevamo preparata così, attesa e ripartenze. Anche dopo l'espulsione era giusto non cambiare». Il rosso a Stekelenburg ha dato la svolta alla partita. Reja ammette onestamente di non condividere il regolamento: «È troppo punitiva come sanzione, basterebbe il giallo in alcuni casi». Come che sia, la Lazio ora è ad appena tre punti dal secondo posto, da quella Juventus che però ha una gara in meno. Si può sognare? «Dobbiamo cercare di vincere ogni gara da qui alla fine - dice il tecnico - andare avanti a fari spenti e poi vedere quello che succederà. Non dimentichiamo che dobbiamo vedercela con squadre importanti come Udinese, Inter e Napoli». Arriva il momento delle dediche. Una è «sentimentale»: «Il pensiero va a mia moglie. Ha vissuto il periodo più difficile da quando sono a Roma, quello degli insulti per strada, e ci ha sofferto. Ora può guardare le partite con più tranquillità». Poi il giusto tributo alla squadra: «Sono orgoglioso di allenare questo gruppo. Più aumentano le difficoltà, più ci compattiamo. Penso soprattutto a giocatori come Scaloni e Garrido, che non giocano di solito ma stavolta hanno disputato una gara grandissima. Abbiamo una rosa forte ma non ottieni risultati se non hai qualità anche morali».