Luis Enrique, vale tanto

Una vigilia meno serena rispetto al rivale Edy Reja, ma c'è da capirlo. È un Luis Enrique tra il carico e il nervosetto ad approcciare il secondo derby della sua vita. Che conta tanto pur senza rappresentare la partita più importante della carriera. Il primo confronto con la Lazio è finito come il peggiore degli incubi, quello di oggi ha i contorni dell'ultima spiaggia. Lo spagnolo non rischia molto, la Roma sì: un'altra sconfitta porterebbe con sé uno psicodramma collettivo. Lo spagnolo, stavolta, fa tutto di mattina. Parla con i giornalisti alle 10, un'ora dopo sottopone i giocatori a una seduta piuttosto blanda: una scelta del tecnico per non aggiungere inutili scorte di adrenalina nel fisico e nella testa dei giocatori e lasciarli liberi di pranzare a un orario più gradito. Una preparazione diversa dal solito, quindi, «perché dal primo giorno in cui sono arrivato so che il derby è una partita molto speciale, in cui non si gioca solo per i 3 punti - riconosce Luis Enrique - è una gara stimolante, unica. Non deve esistere la paura. Vogliamo fare bene e conquistare i tre punti. Siamo prontissimi, tutti lo sono per una sfida del genere, anche gli infortunati». In ballo non c'è solo l'onore ma le residue speranze di giocarsi qualcosa di sostanzioso da qui a maggio. «Mancano 13 partite alla fine del campionato e la squadra può ancora puntare al terzo posto - dice un po' a sorpresa l'asturiano - non è la partita più importante della mia carriera, ma può essere una svolta importante: affrontiamo un avversario diretto per la zona Champions». La squadra di Reja ha sette punti di vantaggio e un'invidiabile tranquillità. «Per tutta la settimana ho pensato a come poter fare male alla Lazio» racconta Luis Enrique che non cambierà i suoi principi: possesso palla, difesa alta e calcio ultra-offensivo. «Non credo ci siano dubbi su quello che faremo e per me vuol dire già tanto. Mi aspetto di essere superiori nel gioco e nelle individualità. Voglio rivedere la Roma delle ultime quattro partite giocate in casa: abbiamo segnato 11 e gol e subiti solo 2, mi va benissimo. Serve quello spirito e la stessa attenzione che abbiamo messo anche nella partita d'andata per mezzora. Il derby si gioca col cuore, la passione: è più importante controllare la testa e non essere troppo motivati». A chi gli fa notare che dopo l'uscita ingloriosa dalle coppe un altro derby perso rappresenterebbe un fallimento, lui reagisce stizzito. «Lo so, lo so, non dovete ricordarmelo. Se perdiamo andiamo dieci punti sotto, ma se vinciamo quattro: e questo succederà». Reale convinzione o una speranza? «Sono molto, ma molto fiducioso perché vedo un'aria ottima per fare una bella gara». Un po' di sollievo lo trova quando gli arriva una domanda in spagnolo da un giornalista di Eurosport a cui poi consentirà di assistere all'allenamento. Ma in fondo è proprio Luis Enrique ad ammettere, tornando sul caso De Rossi, che «le regole non mi piacciono. Però quando sono arrivato ho detto che mi sarebbe piaciuto il rispetto di due cose e nessuno si è opposto. Per tanta gente si tratta di un dettaglio stupido, per me no. La squadra ne ha bisogno per essere vincente. Conta anche quello che succede fuori dal campo. E sarà così fino a quando sarò l'allenatore della Roma: sbaglierò tante volte, ma sempre restando coerente con le mie idee». Dritto per la sua strada, senza curarsi di chi lo discute. «Non leggo e non leggerò i giornali, immaginate questa settimana». Appuntamento stamattina a Trigoria, dove spunterà anche il presidente DiBenedetto in arrivo all'alba dagli States. È il giorno del riscatto anche per lui.