Quei pareggi del calendario forsennato

Puòdarsi che, a determinare risultati sorprendenti abbiano contribuito le condizioni metereologiche e quelle del terreno, su cui soltanto l'arbitro di Brescia ha sorvolato mentre quello di Bologna più che col fondo campo ha dovuto fare i conti con gli spalti del tutto inutilizzabili da parte del pubblico pagante, finendo per rinunciare a un incontro delicatissimo per un Bologna in piena crisi. Ma la verità è che la mania di gremire il calendario, non solo del campionato con 20 concorrenti ma anche della Coppa Italia, dell'Uefa, della Champions e delle squadre nazionali, tutt'insieme, in tutte le ore della giornata e in tutte le giornate della settimana, sta confondendo le idee e a tutti i protagonisti, che per giunta devono fare i conti anche con l'insufficienza quasi totale degli stadi e gli accessi di violenza degli ultrà. In questi giorni si è letto che il Coni sta preparando niente meno che «il futuro dello sport», cioè sta avviando la programmazione per il riordino dell'organizzazione olimpica italiana, in vista dei Giochi Olimpici del 2012, che si svolgeranno a Londra. È una iniziativa lodevolissima ma non sarebbe male che fosse affiancata, magari in termini un tantino più ravvicinati, della Federcalcio e Leghe dipendenti per un ripensamento della nostra organizzazione calcistica. Al contrario del mondo olimpico quello pilotato dagli uffici di via Allegri e dagli impianti di Coverciano si è ritrovato negli ultimi dieci anni alle prese con una risoluzione globale, che ha coinvolto il sistema delle comunicazioni mediatiche e di conseguenza, dilatando enormemente l'audience mondiale delle competizioni calcistiche, ne ha trasformato il profilo economico ed organizzativo, colpendo al cuore una tradizione antica di un secolo e mezzo che privilegiava, alla maniera britannica e cioè dei fondatori del football moderno, i valori sportivi rispetto a quelli finanziari, subordinando alle autorità centrali, cioè alla federazione e alla commissione arbitrale, l'assetto e gli orientamenti del mondo calcistico. Per rendersi conto di quanto sia lontano ormai quel modello, che costituiva anche una garanzia contro l'invadenza dei cosiddetti poteri forti, basta riflettere al radicale mutamento che nei mesi scorsi si è realizzato, per iniziativa delle società più ricche ed influenti della serie A, nei rapporti tra la Lega milanese e organi federali, mutamento che, nei giorni scorsi, ha finito per investire anche il sindacato dei calciatori, proprio come accade da gran tempo tra Confindustria e organizzazione dei lavoratori. Niente di scandaloso, beninteso perché sarebbe assurdo rifiutare i vantaggi del progresso, soprattutto in un settore come quello della comunicazione che tocca decine di milioni di esseri umani, ma la necessità di modellare le regole organizzative sulle esigenze del mondo globalizzato, evitando al tempo stesso che l'attività del settore investito da questa rivoluzione venga sconvolta nella sua essenza, in questo caso nello spirito e nelle norme dello sport. È venuto il momento di affrontare questo argomento nella piena consapevolezza che sia assolutamente indispensabile conciliare modernità e valori sportivi, naturalmente anche nel campo delle risorse finanziarie e delle strutture agonistiche come il contratto dei calciatori e la preparazione dei giovani. C'è poco tempo.