Il nostro calcio non è in declino

Abbiamo fallito l'organizzazione di due grandi eventi internazionali soprattutto per lo scandaloso ritardo (unica eccezione, la Juventus) sulla questione dei nuovi stadi e due delle più gloriose società, ossia ancora la Juventus e il Milan, sono alle prese con il problema di ricostruire dalle fondamenta il loro schema di gioco, ma non possiamo davvero sostenere che il calcio italiano sia in crisi. Basta pensare allo strepitoso campionato della Roma e all'affermazione di squadre del Sud come il Palermo, il Napoli, il Cagliari e il Bari, per concludere che Federazione, lega e club italiani fronteggiano più che dignitosamente gli impegni del calcio-spettacolo, anche, per non dire soprattutto a livello internazionale, se è vero che l'Inter ha azzeccato una entusiasmante «tripla» tra scudetto, Coppa Italia e Champions, mentre la Nazionale di Lippi si sta preparando all'avventura del «mondiale» per difendere dignitosamente il quarto titolo appena conquistato nel 2006.   La conferma dell'intesa con Sky per i diritti televisivi rappresenta una condizione tranquillizzante per il futuro del calcio-spettacolo, ma a patto che i dirigenti federali e di club, nonché quelli del coordinamento arbitri approfittino della schiarita per cominciare ad affrontare i problemi di una riforma meditata, non distruttiva ma razionale di un settore ricreativo e produttivo che rappresenta ormai una presenza non trascurabile nell'economia globalizzata. Non si tratta, naturalmente, solo della costruzione o ricostruzione di stadi convertiti in centri di mercato e di intrattenimento, con le massime garanzie di sicurezza per gli spettatori, specialmente le donne e i bambini; e quindi della polemica, forse troppo rumorosa ma non del tutto ingiustificata, sulla cosiddetta «tessera del tifoso». Altre questioni da discutere senza alzare la voce ma risolvendole sono quelle della preparazione professionale degli arbitri e dell'integrazione del loro difficile lavoro con un giudice di linea o altro stratagemma che però non ignori la condizione, essenziale nel foot-ball, della loro infallibilità sul campo. Il Viminale, d'altra parte, deve convincersi – così come la magistratura – che bisogna adottare, come in Gran Bretagna, il criterio della «tolleranza zero» contro la violenza organizzata degli pseudo «ultrà», che molto spesso sono emanazione di gruppi operanti fuori dal mondo sportivo e perciò non possono essere repressi con i soli controlli burocratici. I dirigenti dei club e degli enti federali devono anche riflettere sul patologico rincaro dei costi di gestione sociale, particolarmente per i contratti dei giocatori e degli allenatori. Il caso di Mourinho e di Allegri, ossia il pesante condizionamento dei loro trasferimenti, rivela la complessità delle intese di vertice, che abitualmente comprende anche il contratto pluriennale che, in caso di fallimento della stagione, diventa un «boomerang» per il club, costringendolo a pagare contemporaneamente due tecnici. In prospettiva, sarebbe anche il caso di discutere la sovrabbondanza di squadre ammesse a disputare i due tornei nazionali, con calendari pesantissimi. Ma ora la parola passa a Lippi e ai suoi azzurri e quindi ci sarà tempo per parlare di riforme.