E così, alla fin fine, la Lazio ha chiuso il suo "peggior" campionato al dodicesimo posto, con 46 punti, 11 vittorie, 13 pareggi, 14 sconfitte e una differenza reti di - 4.

Anchea voler fare il confronto con lo scorso campionato, quello 2008-2009, non è che Delio Rossi avesse colto risultati tali da meritare cotanto rimpianto: decimo posto e quattro punti di più, sì, ma anche quattro sconfitte in più (18) e differenza reti di – 9 (con i 55 gol subiti, 12 più di quest'anno, appena appena attutiti da Maurito Zarate, il vero grande assente della stagione appena conclusasi). Non solo. La tanto vituperata Lazio, presa ripetutamente a sganassoni da giornali e radio romane, è l'unica squadra italiana oltre l'Inter a non chiudere la stagione a quota "zero tituli" (avendo battuto proprio l'Inter nella sfida per la SuperCoppa) e, tanto per dirne una, ha persino fatto appena un misero punticino meno della grande Fiorentina, per mesi e mesi additata quale esempio di intelligenza gestionale e di virtù, celebrata come il miracoloso frutto dell'azione combinata di una proprietà ricca e illuminata (i fratelli Della Valle), del più bravo e umano allenatore d'Italia (Prandelli, che molti ora vorrebbero addirittura alla guida della Nazionale) e soprattutto del re dei direttori sportivi, quel leggendario Pantaleo Corvino unanimemente additato come il più grande genio del mercato. Insomma, ditemi voi dove dovrebbero andare a nascondersi, adesso, i cosiddetti opinion leader che per tutto l'anno hanno suonato a orecchio la musica che veniva da una piazza sobillata da capopopolo interessati e dai loro prevenuti corifei. Perché se una cosa ha dimostrato, questo campionato, è che chi ogni giorno spezza il pane della sua competenza calcistica per farne dono alla plebe ne capisce meno, ma molto meno non solo di Lotito – che, sia pur in clamoroso ritardo, alla fin fine la mossa giusta l'ha fatta, cacciando l'uomo che aveva causato il crack di inizio anno, Ballardini, e rimettendo le cose al loro posto – ma anche di noi poveri mortali.