Quando l'Italia si scoprì Mondiale

L'Italia si è qualificata alla fase finale del Campionato del Mondo di calcio, che si disputerà nel 2010 in Sudafrica. Gli Azzurri - come tutti sappiamo - hanno vinto quattro volte la competizione. Il primo successo lo colsero nel 1934 e la finale contro la Cecoslovacchia si giocò a Roma, nello Stadio del Partito Nazionale Fascista. Prima di rievocare quello splendido campionato (allora si chiamava Coppa «Jules Rimet» in onore del presidente francese della FILA) spendiamo qualche parola sull'impianto, ribattezzato Stadio Torino dopo il disastro di Superga e demolito nel 1957 in vista della XVII Olimpiade. Fu sostituito - esattamente sulla stessa area - dalla Stadio Flaminio, un altro gioiello di quel «poeta del cemento armato» che fu l'ingegner Pier Luigi Nervi. L'impianto era antecedente al fascismo e si chiamava Stadio Nazionale. Costruito lungo via Flaminia - in località Due Pini - su progetto di Marcello Piacentini e Angelo Guazzaroni, fu inaugurato dal re il 10 giugno 1911, in occasione delle feste per il cinquantenario dell'Unità d'Italia. Aveva circa 25.000 posti a sedere, cioè la metà del Panatenaico di Atene (al quale s'ispirava), un terzo del contemporaneo stadio di Torino e un quarto del White City londinese, ma apparve ben presto sproporzionato alle modeste esigenze del pubblico romano. Conclusi i festeggiamenti del 1911, dopo aver ospitato le più eterogenee manifestazioni (tra cui concerti lirici e spettacoli teatrali, corride e corse di bighe), cadde quindi in disuso, subendo l'impietoso logorio del tempo. Solo molti anni più tardi, sulle ali dell'entusiasmo generato dalla politica sportiva del regime, si decise di ristrutturare lo stadio per adeguarlo ai nuovi bisogni: nel luglio 1927 venne perciò ceduto dall'Istituto nazionale di educazione fisica al Governatorato, e da questo al Partito Nazionale Fascista (che d'ora in poi chiamerò PNF). Su progetto ancora di Piacentini e Guazzaroni vi furono inseriti un campo di calcio di 110 x 60 metri, una pista podistica di 400 metri a 4 corsie (5 nel rettilineo) e una piscina scoperta di 50 x 18 metri (con castello dei tuffi alto 10 metri). La capienza venne portata a oltre 30.000 spettatori e la tribuna centrale fu protetta da una tettoia a struttura in cemento armato di 75 x 20 metri (la copertura era in legno ed eternit), che riparava circa 7.000 persone. Sotto gli spalti si ricavarono una piscina (vasca di 25 x 7 metri), una palestra (28 x 16) e sale per il pugilato (28 x 16), la lotta (20 x 12), il sollevamento pesi (20 x 12), la scherma (18 x 12), con servizi e uffici. Nella curva stadio sorse addirittura un albergo di tre piani per gli atleti, con 600 posti ripartiti in 70 dormitori. «Uno stadio modello, insomma, in tutto degno di quella Roma imperiale più che mai viva nello spirito e nelle opere dell'Italia fascista» («Lo Sport fascista», gennaio 1929). Il nuovo prospetto principale, alle cui spalle si addossavano le gradinate della piscina scoperta, era costituito da una mossa parete in pietra da taglio su cui spiccavano quattro semicolonne sormontate da imponenti gruppi bronzei dello scultore Amleto Cataldi raffiguranti il Calcio, la Corsa, la Lotta e il Pugilato, oggi collocate nei giardini del Villaggio Olimpico. Lo Stadio del PNF era inserito in una vasta area sportiva, con due ippodromi, il campo di calcio e il cinodromo della Rondinella, svariati campi da tennis e altro ancora. Le consistenti migliorie non potevano però cancellare i gravi difetti di un'errata impostazione iniziale, come l'inadeguato schema planimetrico a U, il cattivo orientamento e l'inosservanza della curva di visibilità. Compiuti in fretta i lavori più urgenti, nell'agosto 1927 l'impianto ospitò il campionato mondiale universitario: in quell'occasione i nostri goliardi vinsero il primo dei loro quattro titoli nel calcio (gli altri li conquistarono a Parigi nel 1928, a Darmstadt nel 1930 e a Torino nel 1933). Lo stadio fu inaugurato domenica 25 marzo 1928 con la partita Italia-Ungheria, esordio della Nazionale a Roma, conclusa vittoriosamente 4-3. Per inciso, 25 anni più tardi (17 maggio 1953) la squadra magiara inaugurò anche l'Olimpico, ma quella volta sconfisse gli Azzurri con un sonante 3-0.   L'avvento del Coni Nel 1931 il PNF affidò l'impianto al CONI, che vi trasferì non solo la propria, ma anche la sede delle varie Federazioni sportive, accentrate a Roma nel 1929. I momenti più belli lo stadio li visse in occasione di due campionati del mondo: quello di ciclismo, disputato nel 1932 (per l'avvenimento fu costruita una stupenda pista provvisoria in legno), e quello di calcio, disputato nel 1934. In quanto a impianti sportivi, fino alla metà degli anni Venti in Italia non c'era davvero da stare allegri. Ci pensò il fascismo, alla ricerca di larghi consensi, a dare un notevole incremento allo sport. Pertanto, quando il XXI Congresso della FIFA (Stoccolma, 1932) assegnò il Mondiale 1934 al nostro paese, il regime volle organizzare una manifestazione memorabile. Tanto più che in occasione del primo campionato del mondo era sorto a Montevideo un magnifico stadio a pianta circolare, detto «del Centenario» per celebrare un secolo d'indipendenza, ove ben 100.000 spettatori avevano assistito alla finale tra l'Uruguay e l'Argentina. Nel 1930 si giocò solo a Montevideo, nel 1934 in otto città: Roma e Milano (3 partite), Bologna, Firenze, Napoli e Torino (2), Genova e Trieste (1). Genova disponeva del «Ferraris», Trieste del «Littorio», Napoli dell'«Ascarelli» (inaugurato proprio per la Coppa Rimet) e Milano di «San Siro», che Piero Pirelli aveva fatto costruire nel 1926 per il suo Milan (progetto degli ingegneri Cugini e Stacchini). A Bologna dal 1927 faceva bella mostra di sé il «Littoriale», voluto dal podestà Arpinati e celebrato da Ungaretti con insipidi versi (Architetto Arata e Ingegner Costanzini), nel quale una statua equestre di Mussolini troneggiava sotto la corposa Torre di Maratona. Nel 1932 fu ultimato il "Berta" a Firenze, tutto in cemento armato e con un'inconsueta pianta a D (Ing. Pier Luigi Nervi), e nel 1933 il «Mussolini» a Torino, costruito in soli 180 giorni lavorativi (ingegneri Bianchini, Fagnoni e Ortensi). Quelli di Milano e di Genova erano i soli stadi utilizzati esclusivamente per il calcio. A Roma non mancarono interessanti proposte di nuovi impianti, anche a sostegno della candidatura per l'Olimpiade 1940. Leandro Arpinati, presidente del CONI e della FIGC, per esempio, nel 1932-33 caldeggiò il progetto dell'Architetto Giulio Ulisse Arata per uno stadio da 150.000 posti all'Acqua Acetosa. In occasione del Mondiale, tuttavia, dimessosi Arpinati, si finì per utilizzare il già ristrutturato Stadio del PNF. Il 3 aprile 1934 scrisse il quotidiano sportivo Il Littoriale: «I posti seduti per gli spettatori erano 30.000. Questa capacità fu ritenuta insufficiente per lo svolgimento della gara finale del Campionato del Mondo, e quindi sono stati progettati lavori per l'aumento dei posti mediante costruzioni di carattere provvisorio. Così sarà costruita una grande tribuna nello spazio occupato dalla piscina e saranno anche occupate con piani inclinati le aree situate dietro le porte del campo di gioco, nonché i rettilinei della pista podistica. In questo modo verranno aggiunti 15.000 posti seduti e 10.000 all'impiedi. In totale lo Stadio potrà contenere 55.000 persone». Nonostante la sconfitta subita l'11 febbraio 1934 a Torino contro l'Austria, il Wunderteam di Ugo Meisl, gli auspici per un buon campionato del mondo erano favorevoli, soprattutto nella capitale. Dopo la prima partita contro l'Ungheria (25 marzo 1928), infatti, l'Italia aveva disputato allo Stadio del PNF altri cinque incontri: con l'Austria (2-2), la Svizzera (4-2), la Scozia (3-0), la Cecoslovacchia (2-2) e l'Inghilterra (1-1). In totale gli Azzurri si erano imposti in 3 partite, pareggiando le altre 3. All'attesissimo incontro con la «perfida Albione», il 13 maggio 1933, aveva assistito un pubblico record per Roma: 40.000 spettatori, ossia un quarto in più della capienza all'epoca collaudata.    Il Mondiale Ma veniamo alla Coppa Rimet 1934: organizzata in maniera impeccabile, ebbe un successo strepitoso e procurò unanimi riconoscimenti al fascismo. Lo stato fu prodigo di agevolazioni e il bilancio della manifestazione si chiuse in attivo grazie all'enorme affluenza del pubblico nei vari stadi e soprattutto, ovviamente, in quelli dove giocava l'Italia. L'incontro con l'Austria a San Siro fruttò il record assoluto d'incassi (811.526 lire), seguito da Italia-Cecoslovacchia allo Stadio del PNF (quasi 750.000 lire). La commissione organizzatrice, presieduta dall'Avvocato Giovanni Mauro (vice-presidente della FIGC), fissò la sua sede presso il prestigioso Albergo degli Ambasciatori in via Veneto. Speciali attenzioni ebbe la propaganda, di cui si occupava un apposito ufficio diretto da Bruno Zauli: ricordo soltanto che fu emessa un'apposita serie di francobolli e per i manifesti - all'epoca chiamati «cartelloni» - si bandì un concorso al quale pervennero ben 158 bozzetti. Le testate giornalistiche presenti furono 275, di cui 68 italiane; l'EIAR curò le radiocronache e la Esclusiva Film di Roma le riprese cinematografiche. Nel 1930 avevano partecipato al torneo 13 nazioni, in Italia il numero dei paesi iscritti salì a 32, ma mancavano l'Inghilterra e l'Uruguay. Attraverso 12 gironi eliminatori vennero selezionate le 16 squadre finaliste. L'Italia a San Siro «spezzò le reni» alla Grecia (4-0), ma anche l'Austria (6-1 alla Bulgaria), la Germania (9-1 al Lussemburgo), la Francia (6-1 al povero Lussemburgo) e la Spagna (9-0 al Portogallo) maramaldeggiarono sugli avversari. Il 27 maggio si disputarono gli ottavi, il 31 maggio i quarti e il 3 giugno le semifinali. Battuti gli Stati Uniti a Roma (7-1), la Spagna del leggendario portiere Zamora a Firenze (1-1 e 1-0) e l'Austria a Milano (1-0), vendicando così la sconfitta subita in febbraio, l'Italia affrontò in finale la Cecoslovacchia. I nostri avversari avevano eliminato la Romania (2-1), la Svizzera (3-2) e la Germania (3-1), che il 7 giugno superò l'Austria (3-2) nella partita per il 3° posto. Nello stadio romano, arbitro lo svedese Ecklind, gli Azzurri forgiati da Vittorio Pozzo conquistarono il titolo mondiale vincendo per 2 a 1 (dopo i tempi supplementari) sotto lo sguardo compiaciuto del duce, «primo sportivo d'Italia». Era il 10 giugno 1934, 23° anniversario dell'impianto: anche se nessuno notò la ricorrenza, il vecchio stadio imbellettato dal regime non poteva davvero festeggiarla in modo migliore.