Crisi Italrugby Ora servono investimenti

Il fatto, però, è che la nostra palla ovale, invitata con onore al tavolo del 5 Nazioni, la perla europea in fatto di rugby, non è sembrata all'altezza del ruolo. No, le statistiche non c'entrano. Solo i «non sportivi» valutano esclusivamente le 38 sconfitte su 45 gare come un segnale negativo. Se si è piccoli, bisogna crescere. Anche a costo di ceffoni. Se in altri paesi il rugby è sport vivo e ricco di investimenti da decine di anni, non è pensabile coprire questa distanza con un risveglio avvenuto all'alba del terzo millennio. Ma dal 2000 a oggi, il periodo dell'Italia nel 6 Nazioni, s'è fatto molto. La sensazione, tuttavia, è che si dovrebbe fare di più. Con più spinta, con maggiore dinamismo, con maggiore orgoglio. Domenica scorsa il Flaminio ha fischiato gli azzurri dopo la sconfitta con l'Irlanda. Molti hanno criticato questa deriva calcistica. Altri l'hanno letta come il primo vero segno di disamore nei confronti di uno sport che, in termini di nazionale, ha fatto sempre registrare il tutto esaurito nei vari stadi dove è scesa in campo. Tuttavia, al netto di una sconfitta che poteva anche essere evitata - quest'anno le due gare alla nostra portata potevano essere l'Irlanda in casa e la Scozia a Edimburgo - qualcosa deve far riflettere la federazione presieduta da Giancarlo Dondi. L'Italia nel salotto buono del rugby deve impegnarsi di più. Ma non sul campo, dove lo sport è dei più bravi e dei più forti. Almeno nel rugby. No, lo deve fare in termini di organizzazione, di investimenti, di cura nei particolari. Crescere è bellissimo, ma faticoso, a volte doloroso. Di certo irrinunciabile. E per il nostro rugby è venuto il momento di non rinviare ulteriormente una scadenza ormai impellente.