di GIANFRANCO GIUBILO E POI dicono che noi italiani siamo furbi.

I tedeschi, un po' imbranati secondo le nostre superficiali interpretazioni, la loro semifinale di casa hanno fatto in modo di programmarla a Dortmund, stadio non solo caldissimo per il tifo a livello di campanile, ma con tribune a ridosso del campo a moltiplicare la già torrida atmosfera da corrida. Le condizioni ambientali, dunque, vanno almeno a bilanciare tutti i ricorsi storici sui quali l'Italia sembra fondare la fiducia nel futuro, dalla finale garantita ogni dodici anni dal '70 in poi, a quei confronti con la Germania così gratificanti, il leggendario 4-3 con un arbitro messicano, proprio come stasera, poi la notte trionfale del Bernabeu. Esaurita l'intera gamma di scongiuri e ristabiliti così gli equilibri della cabala, visto che Dortmund raramente ha portato fortuna alle nostre formazioni, rimane stabile quello delle forze in campo. Teoricamente, in nessun settore il tasso tecnico dei nostri avversari sembra superiore a quello degli Azzurri, anzi più facile verificare il contrario. I nostri assidui cambi di formazione sembrano annunciare superiore freschezza rispetto agli stakanovisti di Klinsmann. Ma senza voler esasperare un'analisi che rischia di non tenere conto di fattori meno quantificabili, a partire dal supporto del tifo, è giusto dire che il punto di riferimento della Germania, quel Michael Ballack ultimo arrivo alla corte di Paperone Abramovich, non si può definire realmente stella di prima grandezza, anche se gli va riconosciuta una sapienza tattica che lo porta spesso a liberarsi al tiro o alla conclusione di testa. Le stimmate del fuoriclasse autentico è più facile individuarle nel nostro Francesco Totti, al quale i novanta minuti giocati contro l'Ucraina dovrebbero avere assicurato ulteriori margini di progresso, specialmente nella posizione che gli consente minor dispendio di energie e più assidua disponibilità all'invenzione preziosa. Ancora una volta, dunque, non tanto di rivali temibili, ma non tremendi, dovremo preoccuparci, quanto della nostra capacità di tenere altissima la concentrazione e di sottrarci, ma a questi livelli è normalità, alla suggestione di un'arena rovente. Purtroppo, a differenza del grande Zidane che si è concesso un anno sabbatico al Real per presentarsi in smoking di raso al suo passo d'addio, i nostri il campionato se lo sono giocato intensamente fino al termine, inconsapevoli del fatto che tutto fosse già scritto e mandato alle stampe. In riserva non vi sono energie superflue, l'augurio è che quelle disponibili possano bastare.