CENTO ANNI DALLA NASCITA

Pensava soprattutto a studiare. Era stata la Lazio a cederlo, ma lui sperava di giocare nella Fortitudo, il glorioso club di Borgo da cui nel 1927 sarebbe nata la Roma, ma intanto si era diplomato in ragioneria e a Milano lo iscrissero alla Bocconi. Non a caso sarà soprannominato «Dottore» (si laurea in Scienze Politiche), oltre che «Fuffo», da sempre nel cuore dei tifosi romani. Alla Lazio aveva debuttato come portiere, poi centravanti, alla Roma, dove arriva nel 1928, rimane per undici stagioni (decisivo il suo contributo per i secondi posti del 1931 e del 1936), trovando finalmente la sua giusta collocazione in difesa. La sua classe di leader del gioco fu tra i capitoli più esaltanti della leggenda del Testaccio. In Nazionale Fulvio Bernardini gioca 26 partite malgrado con leghi con il commissario tecnico Vittorio Pozzo e con gran parte dei compagni. Dotato di un raffinato palleggio, costruttore più che demolitore del gioco altrui, correttissimo, Bernardini si vede escludere dalla Nazionale perché «troppo bravo, eccessivamente tecnico», secondo le valutazioni di Pozzo, il quale, congedandolo dal gruppo gli disse: «Gli altri non possono arrivare alla concezione che lei ha del gioco e finiscono per trovarsi in soggezione». Grandissima la delusione del calciatore romano, che naturalmente non condivise mai il sorprendente giudizio tecnico, traendo la convinzione, mai ripudiata, che nel calcio contassero più di ogni altra componente le qualità individuali. Un pensiero che avrebbe poi sintetizzato con l'espressione «piedi buoni», ancora in voga. Da allenatore, oltre che da brillante giornalista, rimase legato all'idea che i grandi giocatori contassero più degli schemi. Come allenatore non ebbe fortuna alla guida delle due squadre romane, ma vinse due scudetti, rispettivamente nel 1956 e nel 1964, con la Fiorentina e con il Bologna, lontano dalle rotte degli squadroni del nord. Con i gigliati impostò la mitica squadra con Magnini e Cervato, Chiappella e Segato, ma soprattutto contando sulle reti di Julinho, Montuori e Virgili; con il Bologna vinse lo scudetto dello spareggio con l'Inter di Helenio Herrera. Il colpo di genio fu la sostituzione dell'ala sinistra Pascutti con il terzino Capra, deputato a frenare gli estri del fantasista Corso. La grande Inter del Mago Herrera andò in bambola. Degna di Rommel la sua strategia: da buon romano si rese conto che il torrido giugno di Roma, dove si giocava lo spareggio, avrebbe avuto un ruolo determinante. Portò in ritiro la squadra al mare, a Fregene, e sul campo Haller, Bulgarelli e Nielsen apparvero a tutti molto più tonici dei milanesi. Chiusa l'esperienza emiliana, il «Dottore» si trasferì a Genova, allenando, dal 1965 al 1971, la Sampdoria, poi due anni a Brescia e infine il richiamo alla guida della Nazionale, dove fu Ct dal 1974 al 1977. Al momento della'addio alla Nazionale, la proverbiale eloquenza già cominciava a cedere sotto i colpi di un male raro e incurabile, il morbo di Charcot, che ad un certo punto, crudele beffa, gli tolse definitivamente la parola. «Da romano autentico — ha scritto Giorgio Tosatti nel suo recente libro «Tu chiamale, se vuoi, emozioni» — ha utilizzato tutte le sue qualità per raggiungere l'unico traguardo realmente importante: vivere nel miglior modo possibile. Una filosofia antica e modernissima».