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Euphoria 3, ecco come cambierà la serie con Zendaya e Sydney Sweeney

Francesca Pica

Il 13 aprile non è solo una data: è un ritorno a casa: Euphoria torna con la sua terza stagione dopo un’assenza lunga, discussa, a tratti snervante. Dal finale intenso e divisivo della seconda stagione, andato in onda all’inizio del 2022, il tempo ha fatto il suo lavoro, trasformando l’attesa in una forma di dipendenza parallela a quelle raccontate dalla serie stessa. Ora HBO è pronta a riaprire il racconto che Sam Levinson aveva lasciato sospeso, trascinandoci di nuovo dentro un universo emotivamente destabilizzante, dove nulla è mai solo spettacolo e ogni immagine promette di colpire più a fondo di quanto siamo pronti ad ammettere.

Il trailer, uscito da poco, ha collezionato visualizzazioni da capogiro, a conferma di quanto il pubblico sia ancora curioso e profondamente affezionato alle vicende dei protagonisti. Negli anni, la popolarità della serie con Zendaya, Sydney Sweeney e Jacob Elordi è cresciuta di pari passo con la carriera dei suoi interpreti, oggi vere e proprie star di Hollywood.

  

 

Ma più che una semplice anteprima, il trailer è un ritorno emotivo, quasi fisico, in un mondo che avevamo lasciato in frantumi. Bastano pochi secondi per capire che Euphoria non ha alcuna intenzione di rassicurare lo spettatore. Al contrario, sembra voler scavare ancora più a fondo, là dove le prime due stagioni avevano già aperto ferite difficili da rimarginare.

Se la prima stagione era stata un’esplosione di identità, dipendenze e corpi messi a nudo - un viaggio sensoriale che raccontava l’adolescenza come un territorio senza mappe - la seconda aveva spinto tutto verso una dimensione più cupa e disillusa: meno euforia, più conseguenze. Il dolore non era più solo gridato, ma sedimentato nei silenzi, negli sguardi persi, nei rapporti che si incrinavano senza possibilità di ritorno.

 

Dai pochi minuti del trailer si intuisce che la terza, e forse ultima, stagione raccoglie quell’eredità per portarla altrove. Il ritmo appare meno frenetico, le immagini più trattenute, come se la serie avesse scelto di sostituire lo shock con un’inquietudine costante. La fotografia resta ipnotica, ma meno barocca: le luci sono più fredde, gli spazi più vuoti, i volti segnati da qualcosa che non è più soltanto adolescenziale. È evidente che il tempo è passato, dentro e fuori dalla storia.

Rue appare diversa: più stanca, forse più consapevole, ma non per questo al sicuro. Zendaya continua a essere il cuore pulsante della serie e, nel trailer, il suo sguardo dice più di qualsiasi battuta. Non c’è redenzione facile, non c’è una traiettoria narrativa rassicurante. Attorno a lei, gli altri personaggi si muovono come satelliti instabili, ciascuno con il proprio carico di irrisolto. Le dinamiche affettive, già esplosive nelle stagioni precedenti, qui sembrano ancora più fragili, come se ogni relazione fosse sul punto di implodere.

I nuovi episodi introdurranno anche volti inediti, tra cui spicca un nome di assoluto prestigio come Sharon Stone. La storia compirà inoltre un salto temporale in avanti, spostandosi a qualche anno dopo il liceo, quando le vite dei protagonisti saranno ormai fuori dalla “rete di sicurezza” della scuola. Colpisce la sensazione che Euphoria stia crescendo insieme ai suoi personaggi, senza però diventare adulta nel senso convenzionale del termine. Non c’è moralismo, non c’è un messaggio ordinato: c’è piuttosto l’idea che crescere significhi convivere con le proprie crepe, imparare a nominarle senza necessariamente guarirle. Il trailer suggerisce una stagione più introspettiva, meno scandalosa in superficie ma forse più crudele sul piano emotivo.

 

Come nelle prime due stagioni, anche qui musica e immagini lavorano in simbiosi, creando un’atmosfera sospesa, quasi onirica, che rende difficile distinguere ciò che è reale da ciò che è percepito. È uno dei marchi di fabbrica della serie: raccontare la realtà filtrandola attraverso lo stato mentale dei suoi personaggi, trasformando il disagio in estetica senza mai renderlo innocuo.

Il trailer, ovviamente, non spiega e non anticipa davvero. Seduce, inquieta, lascia domande aperte. Ed è perfettamente coerente con Euphoria, una serie che non promette risposte ma immersione. Se le prime due stagioni ci hanno insegnato qualcosa, è che tornare in questo universo non è mai un gesto neutro: è una scelta emotiva.

La terza stagione, almeno da queste immagini, sembra pronta a fare ciò che Euphoria ha sempre fatto meglio: non raccontare l’adolescenza, ma farcela sentire addosso. Ancora una volta.