la rete assistenziale

Centro Parkinson IRCCS San Raffaele, il prof. Stocchi: organizzare il dopo coronavirus

Silvia Sfregola

In occasione della giornata mondiale dedicata alla lotta contro il Parkinson “quest’anno bisognerà considerare non solo ciò che dobbiamo ancora fare per garantire l’assistenza migliore ai nostri pazienti, spesso anche giovani, ma dovremo riflettere su come mettere in moto un sistema che possa supportarli nella fase successiva alla clausura imposta dall’emergenza Covid-19”. Così il prof. Fabrizio Stocchi, Responsabile del Centro Parkinson dell'IRCCS San Raffaele Roma evidenzia l’esigenza di puntare l’attenzione su due aspetti complessi del problema: lo stress che subiranno i pazienti e la rimodulazione della rete di assistenza. Quest’ultima dovrà tornare ad accoglierli ed erogare prestazioni in considerazione della massa di persone che ne avrà bisogno contemporaneamente e immediatamente dopo la possibilità di tornare gradualmente a una gestione ordinaria. “Forse proprio il fatto che il processo dovrà prevedere un percorso graduale richiederà una maggiore efficienza nell’organizzazione e la cosa più importante sarà non farsi trovare impreparati – afferma Stocchi – e riuscire a dedicare la stessa cura a tutti“. In questo periodo l’assistenza ai pazienti del centro Parkinson San Raffaele così come l’attività di ricerca, soprattutto sui farmaci, non si sono fermate, e la tecnologia ha permesso di evitare un completo isolamento. L’equipe del centro Parkinson, in collaborazione con l’Accademia LIMPE-DISMOV, ha assicurato un servizio di teleconsulenza. Ora, alla vigilia della giornata mondiale istituita nel 1997 e che coincide con il giorno di nascita di James Parkinson, il medico di famiglia inglese che descrisse la malattia che porta il suo nome, “dobbiamo fare un passo avanti, partendo da una valutazione dell’impatto che avrà il reinserimento post distanziamento sociale – spiega Stocchi – che sicuramente sta influenzando la vita di chi ha questa patologia. Parliamo di persone che hanno bisogno di continuo approvvigionamento di farmaci, di esami clinici settimanali, di controlli clinici frequenti. Persone che hanno perso il contatto periodico con il loro specialista, che non possono fare riabilitazione in ambulatorio o presso il proprio domicilio, che si sentono dire ogni minuto che sono i soggetti più a rischio. Questi pazienti possono avere difficoltà anche ad alzarsi al mattino, a vestirsi, a fare la spesa, e negli ultimi due mesi hanno dovuto fare i conti con la solitudine o con la presenza costante di familiari rimasti a casa e che tra poco torneranno a essere molto meno presenti”. “Per questo, nel futuro prossimo, quando dovremo adattarci a rispettare ancora regole restrittive pur dovendo tornare ad una vita normale, sarà importante riuscire a gestire una massa di persone che è rimasta in qualche modo scollegata dall’attività ordinaria di assistenza con l’esigenza di contenere le presenze ma con un flusso molto pesante, cosa che riguarda sia gli ambulatori che il settore della riabilitazione. In più – sottolinea ancora Stocchi - ci sarà il problema dell’assistenza domiciliare che fino a prima del Covid era affidata alle badanti straniere che non potranno rientrare a breve nelle case dei pazienti, così come i care giver. Le RSA dovranno riorganizzare alcuni aspetti del quotidiano anche per riacquistare la fiducia di molte famiglie. Tutto questo diventerà motivo di forte stress non solo per i familiari ma anche e soprattutto per i pazienti” ammonisce il responsabile del Centro Parkinson dell’IRCCS San Raffaele, ricordando comunque un aspetto positivo, “sul fronte della ricerca, già si sta pensando ad azioni per rendere più semplici gli studi clinici implementando le visite a distanza, utilizzando maggiormente la tecnologia. Se una cosa di buono questa emergenza l’ha portata è proprio l’implementazione dell’uso della tecnologia. Anche i soggetti più riluttanti hanno imparato ad usare internet, le videochiamate. Nonostante l’emergenza coronavirus contiamo di avere presto nuovi farmaci e speriamo in buone notizie dagli studi con anticorpi monoclonali per la cura della malattia”.