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Il cyber-torpore si cura imparando a condividerlo

Primi studi sulla dipendenza da Internet. Vietare la rete non serve. Parlarne è un primo passo

Il cyber-torpore si cura imparando a condividerlo

Internet addiction concept - tired woman surfing the web

Correva l'anno 1996, quando Kimberly S. Young, ricercatrice dell'Università di Pittsburgh pubblicava uno dei primi articoli su internet addiction. Sono trascorsi quasi vent'anni e il fenomeno della dipendenza da internet è aumentato parallelamente al desiderio di connettersi. Navigare senza fare alcunché di utile, se non perseguire uno stato di assorbimento. Fare surf così come zapping. Riempirsi la testa di dati, immagini che scorrono a cascata. L'esito è un sovraccarico cognitivo a cui si associa un peggioramento delle capacità di memoria ed attenzione che, nei casi più gravi, produce una compromissione di diverse aree. Il forte desiderio di connettersi al web è una sirena che irretisce e divora fino a far perdere senso del tempo, amicizie o lavoro. Con l'aumentare delle ore trascorse davanti allo schermo, si riduce anche la cura di sé. Si diventa irritabili e ogni tentativo di genitori o partner di distogliere dal cyber-torpore viene vissuto con sofferenza e intenso fastidio. Negli ultimi cinque anni, l'interesse dei ricercatori per la comprensione degli effetti psicologici che l'uso di internet comporta è cresciuto e, a oggi, sono disponibili i primi studi sugli esiti degli interventi. Le ricerche mostrerebbero come la psicoterapia cognitivo comportamentale produca esiti stabili anche a sei mesi dalla conclusione dell'intervento. Riconoscere un problema nell'uso induce tentazioni di censure radicali o divieti di utilizzo. Ma Internet è uno strumento che ha modificato in meglio la comunicazione. Tutte le volte che sento parlar male della rete, mi viene in mente una vecchia battuta di Massimo Troisi in "Ricomincio da tre". L'anziana signora che aveva ridotto il figlio (Robertino- Renato Scarpa) a un "oggetto di antiquariato" in una casa museo, lo interrogava su quale fosse la rovina dei giovani. Rispolverando un canovaccio ripetuto, Robertino-Scarpa rispondeva «La minigonna! I capelloni!». A quel punto Gaetano-Troisi aggiungeva «il grammofono». Robertino è un tipo senza tempo. L'esito di una madre che gli impedisce di stare nel mondo, insieme agli altri. L'ultimo baluardo all'emancipazione. Un arnese polveroso, ingenuo e disposto a fidarsi di tutto, purché non sia nuovo. Oggi sarebbe solo davanti a un pc, intossicato da una tecnologia che stroppia, imbambolato e in preda a vecchi interrogativi sui limiti del cyber sex. Sarà banale, ma la virtù sta nel mezzo. Magari per strada, con uno smartphone che ci colleghi al mondo, in compagnia di un amico cui parlare di sé. E chissà che proprio lì non ci sia anche un po' di salute mentale.

* Docente e didatta della Scuoladi Psicoterapia Cognitiva di Romawww.apc.it

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