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«Vincere il male sognando la maternità»

Colicchia: «Ogni giorno 30 nuovi casi di tumore fra le under 40. Promuovere la crioconservazione degli ovuli prima di ogni terapia»

«Vincere il male sognando la maternità»

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Ogni giorno in Italia vengono diagnosticati almeno 30 nuovi casi di tumore in donne di età inferiore ai 40 anni, pari cioè al 3% della casistica generale. Il tipo più comune resta quello della mammella (29%), che nel 45% dei casi colpisce donne appartenenti alla medesima fascia d’età, con circa 2400 nuovi casi diagnosticati ogni anno. Il tumore alla mammella è seguito dai tumori del colon-retto (14%), del polmone (6%), del corpo dell'utero (5%) e della tiroide (5%). Un dato estremamente confortante riguarda oggi il tasso di sopravvivenza delle donne colpite dal tumore tra loro maggiormente diffuso: infatti, grazie alla diagnosi precoce e all’efficacia della terapia chirurgica, siamo giunti oggi, a cinque anni dall’insorgenza del male, all'89%. Tuttavia, da ginecologi e da esperti di medicina della riproduzione, non possiamo ignorare, o sottovalutare, che il "costo" di questo importantissimo successo resta la possibile comparsa di sterilità nella donna e con essa un enorme disagio psicosociale. Alcuni tipi di chemioterapici, infatti, e in particolare quelli che danneggiano il Dna, riducono drasticamente il numero degli ovociti primordiali diminuendo la cosiddetta riserva ovarica e aumentando il rischio di sterilità e di menopausa anticipata; rischi tanto maggiori quanto più l’età della donna è avanzata. La domanda quindi è: «si può preservare la fertilità per le pazienti oncologiche? E come?». Innanzitutto, la risposta è sì. Le donne che sono sopravvissute a un cancro possono avere figli e mi permetto di aggiungere che hanno il sacrosanto diritto di diventare mamme dopo la malattia. Purtroppo, però, sono ancora pochi gli oncologi che affrontano la questione con le proprie pazienti. Il mio appello va quindi a tutti noi, a partire proprio dai ginecologi: occorre informare le pazienti sulle opportunità offerte oggi dalla tecnica di crioconservazione degli ovociti (unica tecnica considerata come non sperimentale da tutte le più importanti Società Scientifiche di Medicina della Riproduzione del mondo), che permette il congelamento dei gameti femminili prelevati in età fertile, per farvi ricorso una volta terminata la terapia. Eppure, ancora oggi, una parte della comunità medica è molto scettica sulle conseguenze di questo percorso rispetto alla cura e il primo passo è invece quello di chiarire che certe tecniche non influiscono in alcun modo sulle possibilità di cura e di sopravvivenza delle donne, anzi, a livello psicologico possono diventare uno stimolo positivo. Ci sono tumori, ad esempio il morbo di Hodgkin, che colpiscono donne molto giovani e la prospettiva di non poter avere più figli rappresenta un aspetto molto doloroso, in grado di minare la salute psicologica delle pazienti e di incidere pesantemente anche sulla risposta alle terapie antitumorali. In conclusione, ritengo quindi che la mancata informazione sulle opportunità offerte dalle tecniche di crioconservazione rappresenta un grave carenza assistenziale del nostro paese e del nostro sistema sanitario. Non esistono dati precisi, ma una cosa è certa, ovvero che in Italia ci sono solo due centri pubblici che erogano il servizio di crioconservazione di ovociti per pazienti oncologiche, ovvero a Bologna e a Milano. Uno degli scopi del convegno promosso dall'AIPF a Roma alla fine del 2015 è stato proprio quello di sensibilizzare il mondo dell'oncologia, a partire dai ginecologi, su questo lavoro di informazione che - in base alle linee guida internazionali ed europee - deve essere obbligatoriamente fornita alle pazienti.

* Segretario Aipf

(Associazione ItalianaProtezione della Fertilità)

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