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Strage a Pietralata, l'amica di Valentina: "Quei viaggi in Messico per le nostre bimbe disabili"

Gabriel Bernard

«Non avrei mai pensato che potessero arrivare a un gesto del genere». Feliciana Manna, amica di Valentina Pambianco e Luca Abbasciano, non riesce ancora a credere a ciò che è accaduto. Si conoscevano da un anno, entrambe accomunate dalla disabilità delle figlie. Le telefonate, i viaggi in Messico per le cure sperimentali delle bambine, confidenze e piccoli gesti di vicinanza. L’ultima videochiamata lo scorso giovedì. Il giorno dopo si erano scritte ancora. Poi il silenzio. Feliciana non poteva immaginare la tragedia: la scoperta dei corpi senza vita di Valentina, Luca, della figlia di 5 anni Bianca e del loro cane nella camera da letto della villetta a Pietralata.

Di cosa avete parlato giovedì?
«Noi eravamo a Madrid e ci aspettavamo che ci avrebbero raggiunto perché erano stati loro a proporci di fare scalo lì. Hanno declinato spiegandoci che il caldo sarebbe stato eccessivo per le condizioni di salute della bambina».

  

Era peggiorata?
«No, continuavano a dirci che era tutto a posto. Erano insieme sul letto e Valentina continuava a mostrarci Bianca. Spiegavano che erano molto stanchi, che la piccola non riusciva a riposare bene, che la sera si addormentava tardi e la mattina si svegliava presto».

Nessun segno di sofferenza?
«No, assolutamente. È vero che ogni tanto poteva capitare che Valentina piangesse, ma era un pianto liberatorio, uno sfogo. Quando vivi la disabilità hai bisogno di trovare qualcun altro dall’altra parte che ti capisca. Piangevamo, parlavamo, ci sostenevamo».

Valentina come viveva la disabilità della figlia?
«Tutte ore della giornata erano rivolte a Bianca. Aveva lasciato il lavoro per restare con lei. Quando le dicevo che per una coppia è importante ritagliarsi anche poco tempo mi rispondeva che non sapeva a chi lasciare la piccola. A volte ci si sente soli».

In che senso?
«A volte parlavamo delle istituzioni che ci abbandonano a noi stessi. Ciò che ci danno per questi bambini è sempre troppo poco, non riusciamo a sostenere tutte le spese che dobbiamo fare, indipendentemente dai "viaggi della speranza" che uno fa».

Come quello in Messico?
«Sì, lì ci sono cure sperimentali, non presenti in Italia, che vengono affrontate privatamente. E spesso un genitore non può lavorare perché deve stare accanto al figlio, che non può lasciare a un nonno o a una babysitter».

Valentina riusciva ad avere spazi per sé?
«L’unica valvola di sfogo era il pugilato: una o due volte alla settimana. Da poco era riuscita ad andare a un concerto, ma c’erano altre difficoltà: i genitori anziani, la mamma operata, la casa, Bianca. Doveva dividersi tra tutto».

E poi c’era il cane.
«Il fratello peloso della piccola. Non andavano da nessuna parte senza di lui».

C’è un ricordo che le è rimasto impresso?
«Una cosa piccolissima. Mi diceva spesso: "Non mi sento più me stessa, non mi vedo più bella". Però ogni giorno, anche solo andando al parco, tirava fuori il rossetto dalla borsa e se lo metteva. La guardavo e pensavo che, in qualche modo, voleva reagire. Voleva sentirsi anche donna, oltre che madre e caregiver».

Quando ha capito che era successo qualcosa?
«Sabato le avevo scritto dei messaggi, ma non ho avuto risposta. Poi lunedì mi è apparsa la notizia con la foto di casa loro. Mi sono gelata. Ho dato il telefono a mio marito e siamo scoppiati a piangere».