notte dai due volti
Ultimo incanta a Tor Vergata, ma la Capitale non passa il "crash test"
All’alba del maxi-concerto era già chiaro: pochi cartelli, steward disorientati e il rischio che ogni errore di valutazione sarebbe costato ore di sudore e di fatica. I 250 mila fan di Ultimo, accampati da giorni per riempire la spianata di Tor Vergata, però, speravano che gli incidenti di percorso del giorno prima fossero i disagi tipici di una prova generale. Di quando, per intenderci, c’è ancora modo e tempo per aggiustare il tiro. Eppure sabato, quando orde di persone si sono avvicinate all’area dell’evento, qualche ingranaggio della macchina si è inceppato e la sensazione di spaesamento già sperimentata ha trovato solo conferme. Agli ingressi regnava il caos. Gli addetti ai lavori non sembravano consapevoli della vastità della location e si limitavano a interpretare ciò che era scritto sui biglietti, improvvisando risposte (spesso sbagliate) o ammettendo di essere impreparati. «Dovrebbe essere lì», «La direzione giusta potrebbe essere quella», dicevano, madidi di sudore e di imbarazzo. A dominare era il condizionale, il tempo verbale delle ipotesi e dei dubbi. Peccato che ogni svista di un addetto ai lavori equivaleva ad almeno tre o quattro chilometri persi. E quindi, con lo zaino in spalla e un ventaglio in mano, si ripartiva.
Di passo in passo montava la rabbia dei fedelissimi, ormai provati dal caldo e dalla stanchezza. «Per raggiungere l’ingresso nord, quello delle tribune, mi hanno fatto cambiare strada tre volte. A un certo punto, all’altezza della Vela di Calatrava, siamo stati costretti a una vera e propria scalata in stile parkour per guadagnare tempo e fiato», raccontava Fabio mentre marciava e incitava Luca, sei anni, a non mollare. Il telefono, poi, non prendeva. Guaio grosso. Il puntino nella mappa dell’app del cellulare restava fermo; chiamare qualcuno già dentro per chiedere consiglio era un’impresa. Le gambe, intanto, iniziavano a farsi sentire e l’acqua nelle borracce scarseggiava. Poi, arrivati finalmente all’ingresso, l’ennesimo caso di titubanza. «Ma questi ticket non li ho mai visti. Ma che pit è?», chiedevano gli steward, che a stento riuscivano a comunicare con qualche collega più aggiornato. Monica, dello staff merchandising, alzava gli occhi al cielo e sbuffava. «Ma hai saputo che hanno sbagliato i cartelli e li hanno corretti con i pennarelli?», chiedeva alla collega. Poco rassicurante.
Una volta nell’area, Ultimo si è manifestato e ha dato il via a un concerto storico, di quelli che, per bravura e bellezza, lasciano il segno. Negli occhi e nel cuore delle persone. Ma il calvario non era ancora finito. E questo, ormai, lo sospettavano proprio tutti. Accesi i fuochi d’artificio, gli spettatori si sono precipitati verso i cancelli e hanno vagato in cerca di una via di salvezza. Il telefono di nuovo in tilt, gli steward rassegnati. Guadagnata la fuga, l’ultimo ostacolo: il traffico. Tra strade chiuse, parcheggi paralizzati e divieti di sosta, gli automobilisti hanno iniziato ad alzare la voce e a spingere forte sul clacson per scaricare la tensione. I residenti, sul piede di guerra, si lanciavano per strada: «Mai più, così è un inferno!», urlavano. Una situazione che si è ripetuta anche a concerto finito, quando gli addetti alla sicurezza sono spariti e i fan di Ultimo si sono trovati in mezzo al nulla senza navette e a camminare per chilometri in mezzo alla polvere per tornare a casa.