caschi bianchi
Da testimone a imputato. Il caso del comandante dei "pizzardoni" romani
Mario De Sclavis, classe ’58, comandante del Corpo della polizia locale di Roma Capitale, è imputato per il reato di «falsa testimonianza» nell’ambito dell’ormai noto "caso Bernabei", passato alle cronache del nostro quotidiano - che per primo, sul finire del 2011, ha denunciato lo scandalo - come "Vigilopoli". Un processo ancora in corso, che in primo grado ha visto la condanna di un gruppo di vigili urbani e che ora, in Appello, si avvia verso la sua conclusione. La posizione del comandante è stata vagliata dalla procura dal 2022, dopo che il giudice del Tribunale ha "fiutato", nelle testimonianze rilasciate da De Sclavis nel processo Bernabei, un «tentativo di componimento» inopportuno per cercare di risolvere "alla bona" - come si dice a Roma - i contrasti tra il Comando, allora guidato da Angelo Giuliani, e la famiglia di vinai romani. Raggiunto da Il Tempo telefonicamente, ieri De Sclavis ci ha tenuto a ribadire la sua «estraneità ai fatti», convinto «di poterla dimostrare in fase dibattimentale».
Ma cerchiamo di ricapitolare questa vicenda, e torniamo al 2010, a Trastevere, precisamente in via della Luce, nella sede della Più Blu, società della galassia Bernabei. Il "padrone di casa", Paolo Bernabei, mediano dei tre fratelli "capitanati" da Silvio, vuole ristrutturare la sede. Lavori "delicati", che impongono cura e attenzione da parte di esperti. E chi, meglio dei vigili dell’Ufficio edilizia, potrebbero consigliarlo per il meglio? Così, sfruttando una vecchia conoscenza, quella dell’agente Duilio Valente, in via della Luce inizia un via vai di "pizzardoni" che danno consigli, che presentano a loro volta perfino un tecnico di fiducia. Passa però qualche mese e arriva una parcella troppo alta, che va oltre quella del tecnico consigliato. La pretesa è una "mazzetta" da trentamila euro da dividere tra tutti gli attori chiamati in causa. Ma Paolo Bernabei non sa che invece di consigliarlo per il meglio, sarebbe stato avallato un abuso edilizio. Lo scoprirà solo più tardi, al suo rifiuto di pagare quei 30mila euro. I vigili urbani, come un branco, passano all’attacco e Paolo scopre che è stato denunciato agli uffici competenti proprio per «abuso edilizio».
Attenzione, però. Perché di tutto questo che vi stiamo raccontando, Silvio Bernabei, il maggiore dei fratelli e "dominus" della famiglia, ne sarebbe stato all'oscuro fino al 14 giugno 2011. Nel frattempo, contro la Bernabei, si sarebbe scatenata – come poi testimoniato in fase dibattimentale – una vera e propria guerra, con un’«attenzione particolare», diciamo così, da parte del Corpo, ai mezzi della ditta che sfrecciavano e sfrecciano ancora per le vie di Roma per consegnare questa o quella cassa di vini più o meno pregiati. Silvio Bernabei scopre quindi cosa è accaduto in via della Luce. Tenta di correre ai ripari e di portare a più miti consigli i vigili, facendo scendere la pretesa da 30 a 10mila euro. Quando viene a conoscenza che i lavori sono oggetto di un esposto di un residente della stessa strada e che il fratello è stato denunciato pretende la restituzione dei 10mila euro che nel frattempo sarebbero stati consegnati a Valente.
Ormai è guerra aperta. Quell’esposto si rivelerà però un boomerang per i vigili: non solo l’indirizzo dell’esponente è sbagliato, ma l’esponente sarebbe un amico di famiglia degli stessi Bernabei. Questo Silvio lo avrebbe scoperto proprio grazie al comandante del Corpo, Angelo Giuliani (assolto nello stesso processo dopo aver rinunciato alla prescrizione, ndr) con il quale ha avuto fino ad allora un ottimo rapporto fatto di sponsorizzazioni e leale collaborazione, all’ufficio del quale Silvio bussa pochi giorni dopo. In quell’occasione, la magagna, anzi, quello che all’epoca Il Tempo definì come il metodo del "falso esposto", viene a galla. E il 20 giugno del 2011 Silvio Bernabei denuncia tutto. È a questo punto che sarebbe entrato in scena Mario De Sclavis.
De Sclavis, che all’epoca, aveva nel Gruppo sotto la sua guida proprio il vigile Valente, sarebbe stato – il condizionale è d’obbligo - l’uomo incaricato dal comandante Giuliani di risolvere il "papocchio" con i Bernabei. L’appuntamento è in via della Luce, dove De Sclavis si sarebbe presentato con un avvocato, scrive il giudice nella sentenza di primo grado, «che aveva millantano forti aderenze in procura (…) che avrebbero potuto far scivolare in prescrizione i reati contestati, a condizione che i committenti si fossero accollati gli abusi».
«Clamorosamente contraddittorie ed intrinsicamente inattendibili» vengono definite le dichiarazioni di De Sclavis sentito dal Tribunale. Il quale, resosi conto dell’irregolarità edilizia commessa negli uffici di via della Luce, si sarebbe «limitato a consigliare a Bernabei di farsi assistere da un avvocato esperto». Ma De Sclavis sarebbe andato anche una seconda volta in via della Luce, salvo poi, allo scoppio dell’inchiesta sulle pagine de Il Tempo, correre in procura per «chiarire la sua posizione».
«Incalzato dal P.M. a spiegare da cosa avesse potuto desumere – scrive il giudice nella sentenza di primo grado parlando di quel primo incontro in via della Luce - l’esistenza di un abuso, il teste ha sorprendentemente e strenuamente sostenuto di aver solo visionato i disegni progettuali» (…). E ancora, si legge nell’atto, incalzato sulla «conseguente inopportunità di quegli accessi che a sue dire non erano stati veicolati dal comandante Giuliani, ma richiesti espressamente da Silvio Bernabei, il deponente ha incoerentemente e con difficoltà tentato di fornire una spiegazione (…) confermando l’illiceità del suo intervento».
De Sclavis, davanti al pm si giustifica così: «Non era assolutamente prassi. Mi era stato chiesto di verificare dei documenti senza essere messo a conoscenza che era partito un procedimento a carico (la denuncia seguita all’esposto, ndr)… diciamo che come prassi, in assoluto, no». Insomma De Sclavis lì in via della Luce non avrebbe dovuto andarci né la prima, né la seconda volta. E fu sempre De Sclavis, all’indomani della pubblicazione dello scandalo sul nostro quotidiano a «togliere l’agente Duilio Valente dal servizio esterno, operativo, per motivi di opportunità». A quell’epoca, insomma, all’interno del Corpo dei vigili urbani, se questo fosse stato messo in scacco, si agiva un po’ come i tre moschettieri: «Tutti per uno, uno per tutti». Solo che i "pizzardoni" erano molti di più dei moschettieri del re e quelli, in Francia, agivano in nome di ideali ben più alti.