il paradosso

Roma, aggrediscono agenti e militari e tornano in strada a delinquere. Cinque casi eclatanti

Valentina Bertoli

È stato sorpreso con dieci ovuli di cocaina in tasca durante un controllo dei carabinieri e ha pensato bene di vendicarsi prendendoli a calci e pugni. Il nigeriano, 37 anni, di "mestiere" spacciatore, è stato rilasciato poche ore dopo l’arresto: «indagato a piede libero». L’immigrato era stato fermato lunedì in via IV novembre, a Montebelluna (Treviso), durante un’operazione antidroga. L’uomo ha provato a sottrarsi alla perquisizione e si è scagliato contro i militari procurando una frattura a un piede a uno e ferite più lievi all’altro. Le accuse nei suoi confronti sono pesanti: «violenza, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale», oltre a «detenzione ai fini dispaccio di sostanze stupefacenti». Eppure, dopo la convalida dell’arresto da parte della procura, è tornato libero per la mancanza di precedenti condanne a suo carico. Ma questo è solo l’ultimo di una serie di casi dove le vittime sono militari dell’Arma o agenti della polizia di Stato. Come il poliziotto che lunedì scorso, a Rogoredo, ha sparato e ucciso uno spacciatore marocchino, pluripregiudicato, che gli ha puntato contro una pistola e che avrebbe dovuto essere in carcere invece che in un parco pubblico a spacciare.

 

  

Ripercorrendo a ritroso le cronache di episodi in cui soggetti indagati per «resistenza e lesioni a pubblico ufficiale» sono tornati liberi dopo aver aggredito poliziotti o carabinieri ce ne sono a bizzeffe. E Roma non fa eccezioni. Dal 2024 a oggi, sono almeno cinque le vicende eclatanti che hanno fatto indignare i rappresentanti sindacali di agenti di polizia e militari dell’Arma. Il 23 gennaio del 2025, per esempio, a creare indignazione era statala notizia del rilascio, dopo 24 ore, del tunisino 26enne, irregolare, che al Quarticciolo - tra le maggiori piazze di spaccio della Capitale - aveva aizzato la rivolta dei "colleghi" pusher contro gli agenti che lo avevano fermato per un controllo anti-droga. Lo straniero, per effetto di una decisione della Corte d’Appello di Roma, non era stato trattenuto nel cpr (centro per il rimpatrio, ndr) di Bari a cui era stato destinato. Per il giudice nei suoi confronti non sussistevano gli elementi di pericolosità, né il rischio di fuga. Non meno indicativo il caso del 2 aprile 2025. Protagonista un 27enne somalo. I poliziotti lo avevano intercettato per un controllo in piazza dei Cinquecento, a pochi passi dall’ingresso della stazione Termini. Alle richieste dei poliziotti, l’uomo è andato in escandescenza prendendoli a calci e provocando a uno di loro la frattura di un dito. Lo straniero, arrestato, dopo il processo per direttissima e la condanna a otto mesi di carcere, era tornato in libertà, pronto a rientrare in azione. E così è stato. Alcuni giorni dopo ha sferrato un pugno a un altro poliziotto che lo aveva nuovamente fermato per un controllo di routine.

E dall’Esquilino passiamo al quartiere Ardeatino, dove il 18 luglio scorso, l’inseguimento di un gruppetto di extracomunitari è finito praticamente in rissa. Per i quattro tunisini, che avevano eluso i controlli e preso a calci i militari, erano scattati solo due arresti e la reclusione in un istituto di pena. Altri due, invece, se la sono cavata con una denuncia a piede libero. Il 9 settembre 2025 a finire nel mirino di due giovani, di 22 e 24 anni, a Tor Bella Monaca, erano stati altri due carabinieri. Impegnati in controlli antidroga nelle vie del quartiere, i militari erano stati colpiti più volte dai malviventi per consentire la fuga di un loro complice, "tenutario" della droga. I tre erano stati fermati con l’accusa di «resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale». Dopo essere stati condotti davanti al Gip e dopo la convalida dell’arresto, però, erano stati rimessi, come da copione, in libertà. L’ultimo caso è quello dei due tunisini che lo scorso 10 gennaio hanno aggredito un rider connazionale in via Manin, vicino alla stazione Termini, e sono stati rimessi in libertà, quattro giorni dopo, a seguito della convalida del fermo per «mancanza di gravi indizi di colpevolezza». Decisione che risulterebbe ancora più opinabile se venisse confermato, come filtrato da fonti investigative, che uno dei due avrebbe partecipato anche al pestaggio del dipendente del Mimit, avvenuto pochi minuti prima in via Giolitti. Un’aggressione che ha fatto ripiombare nella paura stazione Termini e la Capitale intera.