Dalla tragedia alla strage
Morto sulle piste da sci a 14 anni il figlio del killer di Fidene. Alla famiglia 630 mila euro, al papà nulla
Stava scendendo con lo slittino lungo la pista della Crode Rossa, a Sesto Pusteria, quando, dopo aver perso il controllo, si schiantò contro a un albero. Dopo 14 anni dalla morte di Romano Campiti, un arco di tempo lungo quanto la stessa vita del giovane interrotta a un giorno dal suo compleanno, è stato messo un punto alla causa civile. La famiglia verrà infatti risarcita con 630mila euro: alla madre andranno 250 mila euro, alle due sorelle 161 mila a testa, ai due nonni 58 mila. La causa di risarcimento, essendo un procedimento a sé stante, non riguarda però il papà, Claudio Campiti, ormai noto per essere diventato il "killer" della strage di Fidene. Era il 2022, dieci anni dopo la morte del figlio, quando durante una riunione di condominio nel quartiere a nord-Est di Roma uccise quattro donne - Sabina Sperandio, Elisabetta Silenzi, Fabiana De Angelis, Nicoletta Golisano - e ferì altre persone con un’arma sottratta al poligono di Tor di Quinto, una Glock calibro 45, prima di essere bloccato da alcuni condomini. Omicidi pianificati, secondo i magistrati che l’hanno condannato, lo scorso anno, all’ergastolo. «Con una attività di accantonamento di munizioni necessariamente programmata nel tempo - hanno scritto i giudici nelle 400 pagine di motivazioni che hanno portato alla sentenza - dato il numero di proiettili rinvenuto (ottanta) ulteriori rispetto ai cento noleggiati l'11 dicembre del 2022», giorno della strage. Per la Corte «l’imputato non ha agito d’impulso né in uno stato emotivo improvviso, bensì ha pianificato i suoi delitti in maniera minuziosa, con lucidità e determinazione».
Da tempo, infatti, Campiti covava la sua rabbia nei confronti del direttivo del consorzio Valle Verde, dove viveva dalla fine del matrimonio, in provincia di Rieti, tra i comuni di Ascrea e Roccasinibalda, all’interno di un’abitazione non ancora terminata e dove, raccontava sul suo blog, mancavano: «rete idrica, illuminazione stradale, rete fognaria». Proprio in questo spazio sul web che aveva dedicato al complesso nel reatino aveva dato sfogo pubblicamente al suo risentimento. «Benvenuti all’inferno», aveva scritto nella homepage. E ancora: «qui denunciare è tempo perso, so' tutti ladri», tra le varie accuse di mafia e di cospirazioni contro di lui. Mentre su un altro blog non accettava la morte del figlio e invocava giustizia, pubblicava lettere, ricordi, denunce, senza darsi pace. Parlava persino a nome del figlio, convinto che quella pista fosse troppo pericolosa per un ragazzo inesperto. Un dolore mai elaborato nemmeno quando nel 2017 furono condannati per l’incidente un maestro di sci e due responsabili dell’impianto, il direttore del centro sciistico di Sesto-Croda e l’addetto alla sicurezza. Campiti aveva poi condotto una battaglia legale parallela alla strada intrapresa dall'ex moglie e aveva rinunciato a costituirsi parte civile nel procedimento che ora ha visto una conclusione. Un ultimo punto, il risarcimento alla famiglia del ragazzo, a una vicenda che ha fatto da ombra alle giornate di Claudio Campiti.