sanità che non va
"Fino a 15 mesi per la prima visita". Il dramma dei malati di artrite reumatoide nel Lazio
Le “prime visite” diventeranno le ultime. Contrariamente alla parabola evangelica, infatti, al Recup della Regione Lazio è quasi impossibile ottenere appuntamenti per fare la diagnosi dei sospetti casi di artrite reumatoide: “nessun ospedale romano accetta le prime visite: è vergognoso - denuncia Nicoletta Carcaterra - Ho verificato chiamando i Recup di tutte le Asl e le aziende ospedaliere: solo in 4 sono riusciti a fornirmi una data, anche se rinviata con attese da 6 a 15 mesi. Si va, infatti, dal febbraio 2021 dell’Asl Roma 2 al dicembre 2021 della Roma 3. Passando per i 6 mesi di attese richieste dal Nuovo regina Margherita (Marzo) ai 9 mesi del San Camillo (Giugno) per il primo appuntamento disponibile. Ma anche le visite di controllo vengono continuamente rinviate di mesi”, sottolinea Carcaterra, che coordina un gruppo su Facebook “I curati a metà (malati di artrite reumatoide)” con oltre 19 mila iscritti.
Questa malattia infiammatoria cronica autoimmune, che colpisce in special modo le articolazioni, conta in Italia circa 400 mila malati e l’incidenza è di 2-4 nuovi casi per anno su 10.000 adulti. “Per questo so quanto grave può essere la nostra malattia se non diagnosticata in tempo, o se non curata, o seguita a 'singhiozzo'. Se ci negano le prime visite faranno in modo che la nostra malattia ci distruggerà”, avverte Carcaterra. E, senza la prima visita, chi avverte i sintomi non può avere una diagnosi “e senza di quella non si può accedere alla terapia in grado di fermare la malattia, che quindi degenera - conclude Nicoletta - Anche perché i farmaci biologici che vengono usati non si possono comprare nelle farmacie, ma vengono consegnati direttamente ai pazienti in ospedale. Però, se non si riesce a farsi visitare dai reumatologi, è difficile sia iniziare le cure che continuarle: dopo il lockdown abbiamo subito un crollo verticale dell’accessibilità alle cure, che già prima avevano tempi lunghi, però adesso sono diventati impossibili. Ogni giorno arrivano lamentele, ho scritto anche al presidente Zingaretti, ma finora non è arrivata nessuna risposta”.
Nell’indagine effettuata dall’Università cattolica del Sacro Cuore sui “provvedimenti messi in campo dalle Regioni per abbattere l’incremento delle liste d’attesa per effetto dell’emergenza Covid-19”, il Lazio ancora non risulta aver presentato il “Piano Operativo Regionale per il recupero delle liste di attesa” richiesto dal Ministero della Salute: “solo 4 Regioni pare che abbiano deliberato in merito, peraltro con approcci abbastanza diversi: Piemonte (€35,2 milioni), Marche (12,5), Toscana (30), e Veneto (39)”. Nessun piano nel Lazio, che pure ha “da smaltire ancora 1,4 milioni di visite specialistiche e 1,2 milioni di diagnostiche per immagini”, come ha quantificato il mese scorso il presidente dell’Ordine dei medici di Roma, Antonio Magi. L’ultimo monitoraggio regionale dei tempi d’attesa delle prestazioni con priorità “differibile” presenta ben 9 tipi di appuntamenti col bollino rosso. Solo meno della metà di queste prestazioni, infatti, rispetta i tempi massimi previsti dalla legge, con le situazioni più critiche per ecografie capo e collo, ecocolordoppler dei tronchi e dei vasi, ecografie addome e mammella, elettromiografia, visite oculistiche ed ortopediche ed esofagogastroduodenoscopie.