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La Corte dei conti indaga sul debito di Roma

Dopo quella penale, aperta un’inchiesta dei pm contabili sul «caso derivati» Il «buco» miliardario risale al 2002 sotto la gestione dell’ex sindaco Veltroni

La Corte dei conti indaga sul debito di Roma

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Anche la Corte dei conti vuole vederci chiaro su come è stato gestito il risanamento del debito storico del Comune di Roma. I magistrati della Procura contabile del Lazio, così come hanno fatto i colleghi del penale, hanno aperto un fascicolo sulla base dell’esposto presentato dall’attuale assessore al Bilancio Marcello Minenna e dal capo di gabinetto del sindaco Carla Raineri prima delle elezioni, quando entrambi erano al fianco del commissario straordinario Francesco Paolo Tronca. Nella denuncia si chiede ai pm di verificare se le mosse messe in campo da Massimo Varazzani, ex commissario straordinario per la gestione del debito di Roma Capitale, abbiano causato un danno all’erario del Campidoglio. In particolare, i due denuncianti hanno chiesto di accertare se in relazione al «caso derivati» l’operato di Varazzani sia stato corretto. Era stata l’amministrazione guidata dall’ex sindaco Walter Veltroni ad acquistare nel 2002 prodotti finanziari derivati, i cui effetti disastrosi si sono ripercossi sulle casse di Roma Capitale sotto forma di debiti. Nel 2008, con l’elezione di Alemanno, il governo Berlusconi diede il via libera alla creazione della gestione commissariale, una sorta di «bad company» interna al Comune che doveva provvedere al risanamento del debito accumulato fino a quel momento. Basti pensare che si è arrivati a toccare quota 32 miliardi di euro. Oggi, invece, si attesta attorno ai 12 miliardi: 3 miliardi e 224 milioni di euro per quanto riguarda il debito non finanziario e 8 miliardi e 768 milioni di euro per quanto riguarda il debito finanziario. A Varazzani venne quindi affidato il compito di controllare le pretese dei creditori e autorizzare il Comune al pagamento. Ed è proprio questo il punto contestato nell’esposto. Secondo Minenna e Raineri, l’ex commissario non avrebbe convocato tutti i creditori, violando la par condicio creditorum e «favorendo» le banche. Varazzani aveva ottenuto una linea di credito da 5 miliardi per disfarsi dei derivati, portando come garanzie i 500 milioni di euro messi a disposizione ogni anno della gestione commissariale: 300 milioni dallo Stato e 200 milioni dal Comune, racimolati grazie all’addizionale Irpef dello 0,9% (la più alta d’Italia) e l’euro versato al Campidoglio per ogni volo atterrato e decollato da Ciampino e Fiumicino. Il danno ipotizzato nella denuncia deriverebbe dagli interessi di questa operazione: i 5 miliardi, considerati i tassi d’interesse e le spese per il prestito, sono costati 7 miliardi. Questa l’ipotesi su cui si lavoreranno i magistrati contabili, per stabilire se la strategia di Varazzani abbia effettivamente favorito gli istituti di credito che avevano emesso i derivati, aggravando la situazione debitoria del Comune. I pm di viale Mazzini si avvarranno dell’ausilio della Guardia di Finanza, a cui la Procura penale guidata da Giuseppe Pignatone ha già affidato una delega d’indagine. Il sindaco Virginia Raggi, durante la sua campagna elettorale, aveva fatto della ristrutturazione del debito di Roma, «un debito che è principalmente finanziario e nei confronti delle banche», uno dei punti fondamentali del suo programma. Fatto sta che secondo quanto spiegato dall’attuale commissario straordinario per il piano di rientro del debito di Roma Capitale, Silvia Scozzese, durante un’audizione in commissione Bilancio della Camera: «Né i piani di rientro finora redatti, né il documento di accertamento definitivo del debito sembrano contenere una ricognizione analitica e una rappresentazione esaustiva della situazione finanziaria da risanare antecedente al 2008». Attualmente, infatti, per il 43% delle posizioni presenti nel sistema informatico del Comune di Roma, non è stato individuato direttamente il soggetto creditore. Si tratta di circa 5.100 posizioni riferibili a procedure non definite, per larga parte relative a procedure espropriative e a contenzioso, per un importo pari a quasi 2 miliardi di euro. A ciò si aggiunge il fatto che la gestione commissariale ha ereditato dal Comune di Roma nove contratti derivati, di cui due risultano ancora aperti alla data del 30 settembre 2015. Entrambi hanno come controparte Banca Opi, sono stati stipulati il 24 luglio 2007 e scadono il 31 dicembre 2030. «Il rischio è che già nel 2016 – ha spiegato la Scozzese – si potrebbe verificare una crisi di liquidità se emergessero nell’anno pagamenti per debiti non finanziari superiori a 539 milioni di euro».

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