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A Ostia sigilli al tesoro dei Fasciani

Sequestrati appartamenti e locali per un valore di circa 20 milioni euro Secondo i magistrati sono riconducibili ai fratelli Carmine e Terenzio

A Ostia sigilli al tesoro dei Fasciani

FINANZA

Rispettati e temuti come boss consumati, i fratelli Carmine e Terenzio Fasciani sono anche navigati imprenditori e negli anni sono riusciti a reinvestire nel mercato lecito del litorale romano, una montagna di denaro proveniente, sostengono gli inquirenti, dalla gestione dei numerosi traffici illeciti " di competenza" della famiglia. A sottolineare, per l’ennesima volta, la capacità pervasiva dei Fasciani nel tessuto economico di Ostia, ci hanno pensato i finanzieri dello Scico che ieri mattina, su disposizione della sezione misure di prevenzione del Tribunale, hanno messo i sigilli a un patrimonio – riconducibile al boss venuto dall’Abruzzo e a suo fratello "Garibaldi" – stimato in circa venti milioni di euro. Un patrimonio in parte già conosciuto alle forze dell’ordine, fatto di appartamenti e case di lusso, attività commerciali, locali adibiti a negozi e, nella sostanza, di buona parte del settore che si occupa della panificazione sul mare di Roma. È la pericolosità sociale dei due protagonisti il punto focale di questa vicenda. I giudici, nelle carte del sequestro, rimarcano questo aspetto in numerose occasioni, allegando al dispositivo anche la sentenza dell’abbreviato di "Nuova alba", ormai passata in giudicato, con cui è stata riconosciuta la presenza a Ostia «dell’associazione mafiosa capeggiata da Fasciani». Un'associazione, scrivono ancora i giudici, che opera attraverso «l’usura, l’estorsione e il traffico di stupefacenti» e in grado di allacciare contatti stabili «con elementi di spicco delle tradizionali associazioni di stampo mafioso, come la camorra e la mafia». E sono proprio questi contatti e le capacità di accumulare denaro e potere che consentono, negli anni, ai fratelli Fasciani di ampliare il loro campo d’azione, passando dal primo, storico, forno gestito in via dell’Idrovolante, ad un impero commerciale da capogiro, in grado di avvolgere come Medusa (questo il nome dell’operazione) il libero mercato di Ostia.

 

 

A mettere gli inquirenti sulla giusta strada ci hanno pensato poi anche le collaborazione del nuovo pentito Michael Cardoni – nipote di Giovanni "Baficchio" Galleoni, il boss giustiziato a Ostia nel novembre del 2011 – che ha raccontato di essere venuto a conoscenza della reale proprietà dei Fasciani rispetto ad alcuni forni presenti sul territorio, grazie ad un tentativo di furto andato male. Cardoni infatti aveva puntato un forno in via Bosio – al cui interno era custodito un consistente quantitativo di droga – che pur risultando formalmente di proprietà di Pollari, era invece, così come altre due identiche attività sempre a Ostia, riconducibile all’universo di don Carmine. E furono proprio i Fasciani e gli Spada, individuato il ladro, a minacciarlo intimandogli di non provare mai più a tentare di rubare a casa del boss. Tra le numerose società finite sotto sequestro, ci sono "il porticciolo", la "dafa" e la "sands" oltre a società "semplificate" che erano già finite nell’operazione "Tramonto", come "yogusto", "rapanui" e "mpm". Tra i beni nuovamente oggetto dell’attenzione degli inquirenti anche il ristorante «al contadino non far sapere» che era stato dissequestrato appena una manciata di giorni fa in seguito alla sentenza di secondo grado del processo nuova alba. I beni erano stati intestati ad una miriade di prestanome – anche con bizzarri contratti di affitto fasulli – ma, ha stabilito il tribunale, tutti erano del boss venuto dall’Abruzzo e di suo fratello Garibaldi.

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